Quando Pasolini andò ai Parioli a trovare Totò

Un incrocio, un incontro. Di strade e di destini. La Storia dell’uomo è fatta di storie di uomini. Gli strati possono essere infiniti e le vicende tante quanto i tasselli di un tempo eterno. Così fermarsi su una coordinata, una qualunque, significa aprirsi a una vicenda che è stata vissuta in un punto e solo in quello.

Roma ha questo di bello. Ogni angolo contiene infiniti racconti, perché infiniti sono i ricordi che questo può contenere. Ogni Roma ha avuto le sue storie. Quella imperiale, quella barocca, quella fascista. Quella post bellica e della rinascita. Appartengono a quest’ultima la storia e le storie di una palazzina che sorge in Viale Bruno Buozzi, nel quartiere dei Parioli, a nord di villa Borghese. Posizionandosi di fronte, all’altezza dell’incrocio con via Michele Mercati, è possibile contemplarla in tutta la sua interezza. Ha il nome di un fiore “Il Girasole” ed è un edificio che raccoglie molte storie, a partire dalla sua.

Palazzo del Girasole - Luigi Moretti 1949-1951 Facciata

Luigi Moretti e Adolfo Fossataro, storia di un incontro

Lo progetta (1949-1951) Luigi Moretti (il cognome lo prende dalla madre, il nome dal padre, Luigi Rolland, architetto romano di origine belga, scomparso nel 1921 quando il figlio aveva solo 14 anni), architetto eclettico, multiforme e sfuggente ad ogni rigido incasellamento. Ha già partecipato alla realizzazione del Foro Italico e dell’Eur ma ha la testa ancora colma di idee. E’ a causa di una di queste che nel 1945 viene arrestato e rinchiuso nel carcere di San Vittore, accusato di voler mettere in piedi un movimento politico a carattere tecnico. Vi rimane solo un mese (18 maggio -19 giugno 1946) ma in cella fa in tempo a conoscere il Conte Adolfo Fossataro. A quell’interlocutore unico apre le porte dei suoi sogni fino a stregarlo e, nel buio del loculo che li ospita, le idee del giovane architetto iniziano a fare una luce insperata sul futuro di entrambi.

Dopo la liberazione conte e architetto fondano la Cofimprese. I ruoli sono semplici: Moretti si occupa di fare progetti, Fossataro di recuperare i fondi. Iniziano da Milano e, al primo progetto, sfondano subito: loro, due novellini, sbaragliano la concorrenza con un lavoro da tre miliardi di lire.

In un mirabile gioco di omonimie in "Caro Diario" Nanni Moretti costeggia in vespa il "Palazzo del Girasole" di Luigi Moretti

In un mirabile gioco di omonimie in “Caro Diario” Nanni Moretti costeggia in vespa il “Palazzo del Girasole” di Luigi Moretti

Passati a Roma aprono alcuni cantieri prima di sciogliere il sodalizio. Il Girasole è il loro canto del cigno. Sono già, di fatto, separati ma il conte ha in mente di costruirsi una casa a Roma, nella maniera più economica possibile. Per questo il lavoro lo fa eseguire dalla sua Cofimprese. Approva e finanzia il progetto, come sempre senza entrare nei dettagli, sa che non si può metter bocca su quello che progetta Moretti. Lui concepisce la casa come un film. Fa e disfa in continuazione, apporta ininterrottamente migliorie e variazioni, senza avere mai un progetto definitivo. Fossataro conosce ormai la feroce insofferenza di Moretti per le gabbie e lascia che il suo architetto affronti il progetto come una sfida. Sa già che la vincerà ma forse non si aspetta che quella casa sarà capace di infiammare l’immaginazione di più di una generazione e che quell’uomo diventerà la prima vera archistar italiana arrivando a progettare il “Watergate” di Washington (l’hotel divenuto poi noto anche per l’omonimo scandalo che porterà le dimissioni del Presidente Nixon).

Palazzo del Girasole - Luigi Moretti 1949-1951

La palazzina del Girasole

Moretti, per nulla intimorito dalle multiple pendenze stradali (qui trasformate in un valore), riesce a realizzare una vera teatralizzazione dell’edificio, un luogo immaginario, nel quale un complesso stratificarsi di elementi prelevati dalla storia e dalla memoria si ritrova ricomposto in una inusuale e inaspettata unitarietà. Il risultato diviene l’esempio più alto e scenografico dell’architettura della palazzina e ancora oggi si offre a una continua rilettura. Una rappresentazione irripetibile, della quale avvertiamo l’esistenza di un segreto che può essere in parte svelato, una volta varcata la soglia, solo a silenziosi spettatori. Ma non basta un’unica chiave. Moretti ha dotato questo edificio di significati specifici e complessi.

L’enigma della facciata del Girasole

La facciata è una vera e propria quinta, un sipario scostato, l’attesa di un appuntamento eternamente rimandato. Presenta sul fronte principale un taglio profondo fino al cuore dell’edificio, come se un’ascia avesse inferto un colpo su una porta di legno. Moretti discosta le sue due parti quel tanto da consentire all’ombra del taglio verticale di confluire nel palcoscenico dell’atrio aperto all’interno.

Palazzo del Girasole di Luigi MorettiLa fenditura della facciata seziona nel vivo l’intero edificio e diviene carnale, facendo sgorgare significati misteriosi. Questa immensa fessura natale, che scaturisce dall’oscura selva basamentale, se letta sul registro biologico del suo creatore, è una grande metafora materna (rivelatrice quindi della figura di Maria Giuseppina Moretti). Ma la prospettiva tagliente e istantanea è capace di farsi subito rivelatrice nel momento in cui si apre al grande atrio sottostante.

 

Rossellini, Bergman e Totò: tutti insieme appassionatamente

Fenditura e atrio conversano insieme con toni chiaroscurali creando ombre intense e misteriose. E’ lì che Moretti scioglie le sottili ambiguità di una poetica squarciata da grandi segreti. Il suo nero sciolto dal bianco, ottenuto senza farvi ricorso, compare soltanto sotto forma di cavità negativa sottratta alla silenziosa eloquenza del suo accecante opposto.

L’ingresso è impersonato da un antro, pervaso di archeologismo, scoglioso e cavernoso, che allude a millenarie erosioni provocate dalle acque. E’ l’ennesima altra lettura, quella di un’architettura nascente dalla roccia alla quale manca solo il rumore delle onde. E’ qui che la magica rampa di scale a sbalzo, piegandosi alle esigenze distributive dell’architettura, sacrifica il suo essere opera d’arte per lasciarsi calpestare. Ed è qui che la vita rifluisce lenta, al punto che la statuaria diligenza delle masse marmoree sembra solo attendere di risvegliarsi al passaggio di sembianze eleganti, di comparse urbane, di cappotti avvitati o cappelli aggraziati. Alcuni di questi hanno ricoperto corpi che, in quegli anni, stavano attraversando il tappeto dell’eternità: Roberto Rossellini, Ingrid Bergman e Totò.

Palazzo del Girasole - Luigi Moretti 1949-1951 Atrio

Adolfo Fossataro, fu anche produttore cinematografico e volle nel palazzo come suoi condomini il regista del neorealismo insieme al principe della risata, i due mostri sacri di quegli anni, le due facce della realtà italiana. In mezzo la diva per eccellenza. E i quattro ospiti dell’immaginazione di Moretti in quegli anni, in un accavallarsi continuo di destini incrociati, oltre a condividere lo stesso stabile, si incontreranno nei luminosi contesti del cinema: Fossataro si ritroverà a produrre il bellissimo “Viaggio in Italia” diretto da Rossellini e interpretato dalla Bergman, (1955), Totò saràTotò e Ingrid Bergman sul set di Dov'è la libertà di Roberto Rossellini diretto dallo stesso Rossellini in “Dov’è la libertà” (1952) trovandosi nella pause di lavorazione a discorrere con l’attrice svedese.

Ma sarà su quel set travagliato (Rossellini era spesso assente e intere sequenze furono girate da Monicelli e Fellini) che l’attore napoletano si innamorerà di Franca Faldini, la compagna con la quale dividerà il resto della vita proprio nella casa del Girasole: “La base della mia vita è la casa – confidò nel 1963 a Oriana Fallaci – per me, è una fortezza, quasi una persona. Quando vi entro la saluto sempre come una persona: «Buonasera, casa»”.

Pianta della casa di Totò nel Palazzo del Girasole a Roma

Il principe, che vive già a Roma da tempo (la prima casa in via Tibullo 10, nel 1934, la seconda in viale dei Parioli 41 nel 1936) sceglie l’appartamento di dieci stanze al piano nobile della palazzina. Investe un patrimonio per comprarla e arredarla. Vuole farne la sua reggia privata.

Salone di Totò della casa di viale Bruno Buozzi a Roma 1

Qualunque visitatore ne rimane abbagliato. Quando il 15 marzo 1952 convoca i giornalisti nel suo appartamento per comunicare il fidanzamento ufficiale con Franca di fronte agli occhi dei cronisti si palesa una sfilata di tre stanze (sala d’ingresso, salone di rappresentanza e sala da pranzo aperte una sull’altra e senza porte di comunicazione) che accarezza l’andamento curvilineo del muro a sud della palazzina per tutta la lunghezza del piano. Le immense vetrate sono protette da tendaggi in velluto rosso. Lo stile Luigi XV emerge impetuoso da due consolle veneziane e un orologio in bronzo. Su alcune porte emerge l’aquila bicipite bronzea, lo stemma nobiliare del padrone di casa. Nessuna traccia di ordinarietà: i termosifoni sono nascosti da plance d’ottone traforato. I più curiosi, sbirciando oltre, rimangono turbati da uno strano vestibolo rivestito completamente di specchi, ritrovandosi all’improvviso riprodotti in cento figure.

Camera da letto di Totò della casa di viale Bruno Buozzi a Roma

Anche se è immenso gran parte del suo tempo lo passa a letto (dal quale si alza di regola verso mezzogiorno) in una settecentesca camera in stile veneziano, circondato da due comodini bombati, una grossa stufa elettrica, una macchina da scrivere e l’immancabile apparecchio telefonico verde (il fitto traffico è disimpegnato da un centralino collegato ai sette apparecchi collocati nelle varie stanze). Oltre alla compagna, nell’appartamento vi abitano il cugino segretario Eduardo Clemente, tre persone di servizio e un cane lupo. Non è necessario ricorrere a lui per difendersi dagli ammiratori: bisogna prima superare lo sbarramento della portineria, del segretario e del personale di servizio. Anche Rossellini in quella casa ha l’abitudine di passare molto tempo sotto le coperte, a letto, infatti, lavora e riceve i suoi ospiti.

Totò nella casa di Viale Buozzi a Roma

Il repertorio iconico di Luigi Moretti

Oggetti e frammenti sono disposti nel Palazzo del Girasole come in un elenco (veri e propri campioni prelevati dal repertorio iconico della città e sovrapposti dall’architetto nello spazio di un inventario) creando una fluidità architettonica, priva di qualunque riferimento temporale ma (e per questo) colma di richiami: concitati paesaggi barocchi, piazze traboccanti di segni, eterne masse murarie, una immensità di spazi favolosi a Roma sono stati interrogati dal suo sguardo, troppi per essere rievocati tutti. E quel disinibito eclettismo linguistico con cui Moretti ostenta la conoscenza della propria città lo porta a creare una unità volumetrica che si presta a divenire tela sulla quale trascrivere contenuti depositati in una memoria invasa da ingombranti presenze del passato: temi piranesiani nella trama compositiva, torsioni e movimenti compressi in omaggio a Bramante, l’inserto di oggetti riconoscibili caro a Duchamp, la materia declinata al pari di Bernini, le componenti antropomorfe legate a Michelangelo, le sgrammaticature care a Borromini e i giochi matematici ispirati a Piero della Francesca, per non citare l’apertura delle acque inscritta nel fronte che rincorre l’eco di antichi esodi (tra l’altro il pittore Lucio Fontana infrangerà la tela con i suoi famosi tagli non prima del 1949, quindi sarà lui a ispirarsi ai progetti del taglio d’ombra nella luce assoluta dell’amico Moretti e non il contrario).

Palazzo del Girasole - Luigi Moretti 1949-1951 Facciata laterale B

Agli elementi naturalistici se ne accostano altri antropomorfi e zoomorfi. Ne scelgo tre su tutti. In pianta l’interno del grembo di questa architettura fisica, quel corpo scala insieme all’ascensore, assume la morfologia di una mano aperta, lecorbousiana, segnali di operosità e riconciliazione contenuti in una costruzione parlante. Moretti fa affacciare le amate camere da letto di Totò, Rossellini e la Bergman e dello stesso Fossataro tutte sul fronte laterale in un andamento a dente di sega, come se le pareti a sbalzo fossero branchie di un pesce. O rami d’albero di conifere alpine. E’ una soluzione inconsueta, funzionale e geniale per catturare tutta la luce possibile. E’ da questa trovata che la palazzina prende il suo appellativo. Ma c’è altro. Dall’imbotte di una finestra del piano rialzato su via Schiaparelli affiora una gamba epica, altro appunto biografico, anche se quasi surrealista (eco della frattura che Moretti stesso si procurò alla tibia nel 1943 in un incidente stradale sulla via Flaminia, all’altezza di Prima Porta, a due passi dalla Capitale), impegnata a dimostrare la condizione di sofferenza statica dell’edificio in quel punto e, al contempo, anche ad eseguire misteriosi “esercizi di magia”. Tutto il peso dell’edificio è portato in alto e caricato su sostegni sofferenti, quasi sopraffatti (atto d’amore per le architetture michelangiolesche e barocche): le inermi, inclinate e compresse lastre di travertino romboidali.

L’edificio che si fa teatro diviene quindi sede di infinite rappresentazioni. Molte immagini dell’Istituto Luce ci mostrano la Bergman o Rossellini intenti a uscire da quell’atrio, magari per portare la figlia Isabella Rossellini a scuola. O il regista romano parlare con l’avvocato Graziadei sotto casa. Ma è divertente immaginarsi la quotidianità spicciola negli incontri tra un Fossataro, un Totò e un Rossellini: da un “Buon giorno Conte” a un “Caro Principe i miei omaggi”, passando per “Maestro mi saluti la signora Ingrid”.

Addio alla casa del Girasole

Al civico 64 di Viale Bruno Buozzi Totò vorrebbe rimanerci tutta la vita. Ma in Italia l’aria sta cambiando. E’ iniziato il “boom”, Roma ospita le Olimpiadi di Roma, viene eletto Giovanni XXIII, il “Papa buono”, è passata la legge Merlin e, per permettere al fisco di controllare distratti o evasori, è stata varata la legge Vanoni. E’ proprio quest’ultima che cambia le sorti della storia tra Totò e la sua casa. Il fisco chiede infatti al principe quattrocento milioni per redditi non dichiarati. Totò è preso dallo sconforto. E’ un uomo dalla generosità immensa: mantiene centinaia di cani e gatti randagi, venti persone del suo personale, oltre ai lustrascarpe di Napoli e agli abitanti del rione Sanità ai quali regala periodicamente banconote da cinque e diecimila lire, per non parlare dei regali che fa quasi ogni giorno sia gli attori che si sposano sia a quelli che hanno temporaneo bisogno sia alle maestranze sul set dei film. Sempre con la massima discrezione nel più assoluto anonimato, lontano da riflettori, echi e megafoni. Incontra casualmente sul treno Nizza-Roma l’onorevole Giulio Andreotti, si fa coraggio e gli confida le sue pene. Il politico gli consiglia di mediare. Così fa: Totò si accorda con il fisco, nessuno sconto, paga l’intera somma ma in tre anni con rate bimestrali da trenta milioni luna. Una mossa che gli impone un addio. Quello alla casa del Girasole, che deve rivendere proprio al Conte Fossataro.

Ma i soldi che ha non bastano a pagare il debito con lo Stato. Gli consigliano di andare in Svizzera, si reca così a Lugano ma subito si rende conto che non può sfuggire alle tasse in eterno. Se scappa non può lavorare e se non lavora non può risalire la china. Rientra dunque a Roma e inizia a girare film senza interruzione. E’ malato e stanco ma non può perdere nessuna occasione. Accetta qualunque offerta, anche di partecipare in televisione a “Il Musichiere” con Mario Riva. Ritrova vigore, successo e pubblico.

Lasciata l’adorata abitazione si sposta di pochi metri, nella traversa principe di Viale Bruno Buozzi, in una lussuosa casa. L’appartamento viene preso in affitto e a nome di Franca Faldini, una mossa che lo rende, agli occhi del fisco, nullatenente e al riparo da eventuali pignoramenti. Si trova in via dei Monti Parioli. Qui lo contatta un regista a lui lontano. Totò ormai non fa più complimenti a nessuno e accetta di vederlo. Se la Casa del Girasole causa la sua rovina, genera anche la sua rinascita. Quella casa, insomma, lo conduce da lui.

Pier Paolo Pasolini e Ninetto Davoli a casa di Totò (1965)

E’ qui che voglio fermarmi per sostare sul mio personale incrocio di tempio e di spazio. Risale al 1965, esattamente cinquant’anni fa. E’ una sera come tante. Lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini sale sulla sua Alfa Romeo parcheggiata in via Carini per andare a prendere Giovanni Davoli, detto Ninetto. Figlio di poverissimi immigrati calabresi è uno dei ragazzi di “gioconda lanuggine” che si è imbattuto nel suo cammino nel corso delle calate negli inferi delle borgate, nei quartieri dormitorio, nelle baraccopoli e nelle bidonville, in una Roma di frontiera torva e diseredata, ma pulsante di energia, “sanguinante di assolute novità”: il vero continente inesplorato. Una città “scomposta, stupenda e misera”, dove nessuno commette peccato né reato. “Tu sapessi che cosa è Roma! – scriveva Pasolini nel 1952 all’amico Giacinto Spagnoletti – Tutta vizio e sole, croste e luce: un popolo invasato dalla gioia di vivere, dall’esibizionismo e dalla sensualità contagiosi, che riempie le periferie. Sono perduto qui in mezzo”.

Ora, ormai, tredici anni dopo, è la sua città. Da quando l’imbianchino Sergio Citti, appena uscito dal riformatorio, è divenuto il suo Virgilio dei bassifondi aprendogli porte segrete, e rendendogli accessibili i ragazzi dai capelli “ferocemente e dolcemente ondulati”. Pasolini restituisce il favore regalando loro il sogno del cinema. Lo fa anche con Ninetto del quale ormai è maestro, padre, compagno. Se lo scrittore sa ormai tutto della realtà delle borgate, un ragazzo come Ninetto non sa nulla dei borghesi. Grazie a Pasolini, nelle cene con gli intellettuali Elsa Morante, Alberto Moravia e Dacia Maraini, scopre normalità ed eccentricità delle quali non sospettava neppure l’esistenza. Non capisce i loro dialoghi e non conosce i loro riti. Quando dopo una partita di pallone Pasolini lo porta a casa di Laura Betti per farlo lavare Ninetto aprendo la porta del bagno scopre la vasca, mai vista prima di quel momento.

Quella sera del 1965 Pasolini arriva a Borgata Prenestina, la casa dove abita Ninetto, una baracca composta da una sola stanza con il tetto di lamiera, che divide con i genitori e i tre fratelli. Il regista dopo avergli affidato la parte di un pastorello ne “Il Vangelo secondo Matteo”, vuole lanciarlo come protagonista del suo nuovo film. Si chiamerà “Uccellacci e Uccellini” e Ninetto dovrà recitare a fianco di Totò. “Ma chi, Totò quello del cinema?”, trasecola Ninetto. Ed esplode in una risata. «Sarai anche pagato». “Pagato? E quanto?”. “Due o tre milioni”. Cifre incredibili per un ragazzo di borgata. “Vestiti bene, ti porto a conoscerlo a casa sua, ai Parioli”. Ninetto sceglie un completo jeans, pantaloni e giubbetto, lo scrittore è in blu, incravattato. “A Pierpà, per me uscire da questa borgata e andare ai Parioli è un viaggio”. Lo è davvero. In quel lungo percorso notturno “orizzontale” c’è,  in qualche modo, l’ascesa “verticale” e “sociale” di un uomo che, attraversando il centro della città, parte dalla periferia più nera per approdare al quartiere più lussuoso della Capitale.

Palazzo del Girasole - Luigi Moretti 1949-1951 Facciata laterale A

Il viaggio termina all’altezza del civico 4 di via dei Monti Parioli. Davanti al palazzo dove abita il principe De Curtis, Ninetto rimane a bocca spalancata: «Che portone enorme! Da solo è grande quanto tutta casa mia!”. Una volta dentro, Pasolini spinge il bottone di un gabbiotto. “Che cos’è?”, domanda incuriosito Ninetto. “L’ascensore”, risponde il maestro. Le case di borgata sono tutte a un piano e Ninetto non ne aveva mai visto uno. Sul pianerottolo Pasolini si aggiusta la cravatta, Ninetto i capelli. Suonano alla porta.

Totò nella casa di Viale Buozzi a Roma 2

Viene ad aprire Totò in persona con una giacca da camera rosso porpora. Ninetto scoppia a ridere. Pasolini lo bacchetta. Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, in arte Totò, accarezza l’aria magnanimo e sussurra “Lascia stare, è un ragazzo”. Ninetto rimane abbagliato dallo spazio e dallo sfarzo. Marmi, specchi, tessuti, superfici smisurate, finestre immense.

La cena è servita in una sala da pranzo d’ispirazione rinascimentale. Lampadario di Murano, pavimento in maiolica e soffitto decorato con festoni di fiori, alla napoletana. Sul tavolo sfila una parata di cibarie e stoviglie. Totò si accomoda come sempre sul lato lungo, mai a capotavola. Gli altri tre commensali (oltre ai due ospiti, la compagna e attrice Franca Faldini, di vent’anni più giovane motivo per cui l’ha fintamente sposata in Svizzera nel 1954, un anno prima che la ragazza si ritirasse dalla scene) siedono comodamente uno per lato.

La Sala da Pranzo di Totò della casa di viale Bruno Buozzi a Roma

Terminata la cena, Franca Faldini fa gli onori di casa invitando gli ospiti a prendere il caffè nel salottino. Totò e Pasolini siedono su un divano di cuoio marrone scuro con spalliera trapuntata. Ninetto sprofonda impacciato su una poltrona. Osserva i suoi interlocutori in posa sotto una marina veneziana del Settecento e cerca di copiarne gli atteggiamenti Sul caminetto intagliato in legno, sono collocate due antichissime lampade a petrolio appartenenti alla famiglia De Curtis; sopra spicca la pergamena con lo stemma di famiglia. Nella stessa stanza, in basse biblioteche sotto le finestre, sono custoditi tutti i volumi di araldica del principe. Arriva il carrello con un servizio inglese da tè, in argento, dell’Ottocento. Si parla: soggetto, ruoli, riprese, qualche battuta.

Salottino

Pasolini ha scelto Totò come protagonista del film perché ritiene che la sua maschera rappresenti in modo esemplare i due caratteri tipici dei personaggi fiabeschi: la stravaganza e l’umanità. Parlandoci ha la conferma che sia un uomo buono, di grande modestia e di “dolce cera”. Totò ascolta Pasolini, lo trova intelligente e pieno di fantasia, con un mondo interiore diverso da quello al quale fino ad ora è stato abituato.

Totò e Pasolini

La serata passa via piacevole. Poi, saluti e baci. Chiusa la porta, Totò attraversa la casa fino allo sgabuzzino, prende un barattolo di Ddt e corre a spruzzarlo sulla poltrona di Ninetto (sarà Franca a raccontare l’aneddoto a Ninetto, che anziché offendersi l’ascolterà divertito, durante le riprese, quando ormai sul set tra Totò e il giovane attore ci sarà ormai molto affetto). Il film porterà Totò a vincere la menzione d’onore al Festival di Cannes del 1966, l’unico suo riconoscimento internazionale. L’anno seguente, il 15 aprile 1967, esalerà l’ultimo respiro. Il parroco, avendo appreso che la Faldini fosse soltanto una “vedova biblica”, pretese che uscisse dalla porta dell’appartamento che avevano condiviso per sette dei loro quindici anni insieme e attendesse sul pianerottolo.

Totò e Ninetto Davoli in Uccellacci e uccellini di Pasolini

Quell’incontro tra miseria e nobiltà, tra uno stupefatto borgataro e un principe disincantato, filtrato dalla mano di un intellettuale abusivamente borghese è la fotografia che voglio conservare. Il fermo immagine che per me vale un’epoca. Non è per gli sfilacciati grovigli di familiarità che mi tengono in qualche modo legato ad esso (l’aver vissuto a due passi da quell’edificio, l’essere entrato all’interno di quegli appartamenti, aver frequentato le medie nella stessa scuola dove andò Moretti, l’aver avuto al liceo il nipote di Adolfo Fossataro in classe o il figlio del confidente di Pasolini – Giacinto Spagnoletti – come professore alla Sapienza, o ancora il nonno paterno incrociato con i destini di Moretti all’Immobiliare e quello materno costruttore di due palazzine a viale Buozzi, a pochi passi dal Girasole): Totò investì tutto e perse tutto per abitare dentro le mura di quel Palazzo intriso di misteri solari, concepito in una cella umida e sbocciato nel viale più lucente dei Parioli. Fu a causa di quel palazzo che accettò la visita di Pasolini. E in quell’incontro si concentra uno spaccato sociale che ha avuto il suo tempo e il suo spazio prima di dissolversi per sempre. Roma non avrebbe avuto più quella miseria ma avrebbe perso anche la sua aristocrazia. E arbitri lucidi e spudorati come Pasolini non sarebbero più nati. I due mondi di sarebbero avvicinati, rincorsi, scambiati i ruoli, i primi perdendo lo stupore della meraviglia, i secondi divorati da un’ignoranza mai prima nemmeno sfiorata (quella Roma pariolina sarebbe divenuta, come aveva previsto Pasolini in quegli anni, “la borghesia più ignorante d’Europa”).

Un fermo immagine di storia. Una delle tante che possiamo aspettarci fermandoci sul ciglio di un incrocio nell’attesa che escano dalle mura di un palazzo.

Lascia un commento