L’investigatore londinese rappresentò pienamente le certezze della ragione. E per questo fu venerato o calunniato. Considerato di volta in volta genio, impostore, omosessuale, represso o drogato, ebbe in comune con Freud lo stesso metodo, la dipendenza dalla cocaina e una morbosa passione per i dettagli. A 80 anni dalla morte di Sir Arthur Conan Doyle, un viaggio curioso nell’universo interiore della sua più celebre creatura, quella che aprì le porte a un genere e che, forse, ispirò una disciplina. Perché il giallo e la psicanalisi sono solo diverse risposte alla stessa domanda.
Sherlock Holmes è sempre stato piuttosto prodigo di suggerimenti ai suoi imitatori, e, se bisogna dar credito alle malelingue, dobbiamo questa messe di massime al narcisismo del nostro.
Sia come sia, un consiglio svetta tra tutti per la sua chiarezza e la sua pretesa di scientificità. Si trova formulato nel primo capitolo del “Segno dei Quattro”, che si intitola, guarda caso, “Saggio di scienza deduttiva” e che recita: “Eliminando ogni altro fattore, quello che resta deve essere il fattore esatto”. Questo principio ha una formulazione più celebre, non so se dello stesso Conan Doyle o se apocrifa, che suona “Una volta eliminata ogni ipotesi impossibile, quella che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità“. Poiché questa seconda formulazione, oltre a essere più eufonica, è più ricca, pur essendo da un punto di vista concettuale equivalente, sarà questa che prenderò in esame. Inoltre, visto che la presente relazione deve essere incentrata sulla menzogna, quest’ultima formulazione si rivela più utile, poiché pone l’ accento sulla verità; può dunque essere letta come una definizione della verità e quindi, nella sua versione negativa, della menzogna.
Bisogna subito dire che, ad una prima occhiata superficiale, una proposta di metodo del genere appare perfettamente giustificata e legittima. Ad un lettore tipo questo principio sembra il proverbiale “uovo di Colombo”, e questa convinzione viene rafforzata dalla lettura delle avventure del nostro eroe, dove questa massima funge da passepartout per penetrare in qualsiasi mistero.
In primo luogo, come definizione di verità, questa colpisce per il suo carattere monolitico. Ancora più del “cor duplex” di agostiniana memoria, questa non lascia spazio alle menzogne di nessun genere. La verità definita in questo modo ha due caratteristiche che la rendono sempre perfettamente riconoscibile: è, innanzitutto, l’unica ipotesi possibile. Nei racconti di Holmes, per quanto mascherata, la verità salta sempre fuori, in un modo o nell’altro. La verità è indelebile: per quanti sforzi gli avversari di Holmes facciano, non riescono a cancellarla, ma solo a velarla in una fitta trama di false piste. Il crimine e le menzogne che questo comporta, sono come un gioco di prestigio: il mago inganna gli spettatori sviandone l’attenzione per un attimo, ma l’occhio attento non si fa ingannare:tutto sta nello scoprire il trucco, nello svelare il meccanismo.
Una secondo dato che si evince dall’analisi di questa frase, che potremmo chiamare principio analitico di esclusione, è che la verità non ha bisogno di essere plausibile. Grazie al suo carattere monolitico e inconfondibile, non ha bisogno di fornire altre garanzie a chi, come Holmes, sa interpretarla. Sono così possibili gli avvenimenti più improbabili, come accade, ad esempio, nel “Segno dei Quattro”, dove una losca storia di vendetta e di avidità porta, nel bel mezzo della Londra vittoriana, un cannibale delle Isole Adamane.
In breve, chi sa leggere il reale, non ha bisogno di andare a tentoni, affidandosi alla plausibilità delle ipotesi: ha come una seconda vista che sorpassa e rende inutile il buon senso borghese.
“Per un occhio esercitato esiste, tra la cenere nera di un Trichinopoly e quella bianca dell’”occhio di uccello”, la stessa differenza che passa tra un cavolo ed una patata”.
“Certo che lei ha un vero genio per queste minuzie” osservai.
“Ne apprezzo l’importanza. Ecco qua la mia monografia sul modo di rintracciare le orme, con qualche osservazione sull’impiego del gesso per scultori per fissare e conservare le impronte stesse. Ecco poi un curioso opuscolo sull’ influenza di una determinata arte o mestiere sulla forma delle mani, con fotoincisioni riproducenti mani di conciatetti, marinai, sugherai, compositori, tessitori, sfaccettatori di diamanti”.
Gli oggetti che appaiono muti a Watson, parlano ad Holmes, formando un puzzle di complessità incredibile; una volta definito correttamente il contorno, i bordi sono così frastagliati che uno e un solo pezzo è in grado di unirsi agli altri: la verità.
Per contro, la menzogna ha caratteristiche molto meno mistiche e ben più mondane. Doyle afferma con Montaigne che la verità ha un solo volto, ma che il suo rovescio è infinitamente sfaccettato. Inoltre, la menzogna è costretta, per nascondersi, a camuffarsi tra le altre ipotesi con la verosimiglianza, traendo in inganno il sano “common sense” del lettore e della sua personificazione, il Dottor Watson. Alla luce di quanto detto sopra, inoltre, la complessità del reale è tale che solo un pezzo può incastrarsi perfettamente con la catena di avvenimenti precedenti e successivi. E’ impossibile quindi per chiunque, anche per un genio come il professor Moriarty, un lavoro di intaglio così raffinato da creare un pezzo che sostituisca quello originario in tutto e per tutto. Di conseguenza, per quanto ciò possa sembrare strano, la menzogna è impossibile.
Alla luce di queste considerazioni preliminari, è giunto il momento di vedere il nostro eroe all’opera.
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