Cinecittà, tutta la storia che devi conoscere

Cleopatra

Un tempo si parlava di rinascita. Dell’Araba Fenice, del Beaubourg italiano, ad esempio. La fine del millennio si caricava di facili speranze e il futuro si presentava luminoso.
Niente di tutto questo. Il rilancio di Cinecittà era una questione esterna alla struttura stessa. Una trovata che aveva radici lontane dal luogo in questione. Perché le cause, come vedremo, erano altrove. Ma il presupposto principe della questione è quasi un postulato: non si può spiegare la storia di Cinecittà senza spiegare la storia del cinema italiano.

E’ esistito un tempo in cui Cinecittà ebbe l’opportunità di attraversare, come una libellula, l’empireo dell’immortalità. L’epoca d’oro, quella che venne poi consegnata alle cronache come “gli anni della Hollywood sul Tevere”.

L’epoca d’oro: la Hollywood sul Tevere

Tra il 1950 e il 1962 (rispettivamente gli anni di “Quo Vadis” e di “Cleopatra”) non c’è stella di prima grandezza del firmamento hollywoodiano che non abbia irradiato la propria luce sui viali odorosi di questa Mecca del cinema: Tyron Power, Kirk Douglas, Ava Gardner, Humprey Bogart, Orson Welles e naturalmente Liz Taylor e Richard Burton. Registi come Wyler, Vidor, Wise vi si fermano per mesi organizzando grandiosi spettacoli di livello mondiale. Durante quella dozzina d’anni sembra davvero che il cinema americano abbia trovato sulle sponde del Tevere (e, finite le riprese, a via Veneto) più che una succursale, un contraltare a Hollywood.

La dolce vita

Sono proprio loro, gli americani, ad aiutare Cinecittà portando capitali, tecnologia, imprenditorialità, organizzazione del lavoro. E gli italiani? Chiaro che c’era posto anche per loro. Soprattutto per uno, Federico Fellini che a partire dai primi anni Cinquanta si installa in quella che diventerà la sua Cinecittà. Se altri ne sono stati i re, il-Maestro-per-eccellenza ne diviene quantomeno l’imperatore, attuando una connessione viscerale assolutamente unica tra il puro atto di creare e il luogo fisico nel quale viene esercitato. Ma c’è tutta la cosiddetta “seconda generazione” di grandi cineasti italiani: Antonioni, Pasolini, Olmi, Bellocchio, Risi, Monicelli, Ferreri, Taviani, Scola, per dirne alcuni. Anni di grande opulenza quindi, sia per il cinema italiano che per Cinecittà. E il segreto di questo successo è da ritrovarsi in una particolare dicotomia.

I soliti ignoti

La commedia all’italiana: il trionfo del prodotto medio

La prima risposta sta nel cuore stesso del nostro cinema. La commedia all’italiana. Essa rappresentò il tipico esempio di prodotto medio. Non mediocre, tutt’altro, un prodotto sano con una ricetta ben precisa: grandi interpreti (l’indimenticabile e insuperato poker d’assi del cinema italiano di allora: Sordi-Gassman-Tognazzi-Manfredi a cui va aggiunto Mastroianni), ottimi e collaudati sceneggiatori (i vari Age, Scarpelli, Benvenuti, De Bernardi, Maccari, Cecchi D’Amico…), bravi registi che provenivano per lo più dalla satira vignettistica (tre per tutti: Monicelli, Risi e Scola), impeccabile fotografia, musica pungente e una storia “graffiante”.
Si apre così, con “I soliti ignoti”, uno dei periodi migliori (idealmente chiuso da “Amici miei”, non è un caso che entrambi i film siano dello stesso Monicelli) dell’economia del nostro cinema. Un periodo che, proprio grazie ai successi del prodotto medio, permetterà alla nuova generazione di autori, da Bertolucci a Pasolini, di esordire.

La seconda è conseguenza della prima. Tanti film, tanto pubblico, tanti autori da lanciare, tanti tecnici da poter far lavorare portano a un periodo cadenzato da ritmi di lavoro febbrili per Cinecittà. Logico che sia necessario e naturale rinnovare la propria organizzazione sia dal punto di vista amministrativo che da quello tecnologico. Questo mutamento generò uno dei punti di forza di Cinecittà: l’affidabilità.

La televisione e la crisi

Ma non poteva durare. A partire dalla metà degli anni Settanta, il cinema incontra una delle sue crisi più gravi. Prima negli States, poi anche in Italia, il grande schermo si ritrova a fare i conti con il fratello minore: la televisione. I ritmi produttivi calano in modo preoccupante anche per gli studi romani.

Il nome della rosa

Le strade divergono. Per non crollare, Cinecittà si ridimensiona e al tempo stesso si ricompatta nelle strutture e nell’assetto organizzativo, cercando nuovi spazi operativi. Li trova proprio in quella televisione che per anni è parsa voler avvolgere il cinema in un abbraccio mortale e che paradossalmente si ritrova essa stessa a fare del cinema per sopravvivere.
Ecco la fase del microcinema: film per la televisione, produzioni seriali, caroselli pubblicitari, insomma il nuovo che avanza dei tempi bui. E il grande cinema, intanto, continua, a sprazzi, a servirsi dei suoi studi: “Ginger e Fred” di Fellini, “La famiglia” di Scola, “Il nome della rosa” di Annaud, “Il padrino III” di Coppola. Dopo la sbornia vanziniana degli anni Ottanta il cinema italiano sembra seguire l’inesorabile percorso di un encefalogramma piatto.

Il minimalismo

“Sembra morto, ma è solo svenuto” dice qualcuno (guardacaso è il titolo del film di Felice Farina del 1987). E infatti ecco piano piano uscire fuori una nuova generazione i cui prodotti sono modellati non tanto dalla creatività degli autori ma dalle risicate esigenze produttive.

Nasce il minimalismo, non per moda quindi, ma per mancanza di quattrini. Film “due vani e cucina”. Le quattro pareti di una casa divengono i luoghi ideali, storie piccole piccole, spesso a episodi (film come “Ottanta metri quadri” o “Tracce di vita amorosa” sono esempi emblematici). E se non si gira in un appartamento, si conquista la strada, sicuramente più economica di un teatro di posa. Ed ecco film di “ragazzi fuori”, di barboni, di camminatori, di incontri…
Cinecittà guarda da lontano. Ma il fenomeno, e qui siamo a ieri, degenera. Partendo dai coraggiosi esempi di autori come il primo Verdone, il primo Moretti, il primo Troisi (l’accostamento è solo di tipo strutturale) ritornano, rinascono, riemergono i nuovi comici. Film a struttura orizzontale, come una striscia di fumetto, nei quali un comico già noto (di solito grazie alla televisione) possa mettere in scena gag già viste in tv o a teatro. Ecco la ricetta. Complici indispensabili le nuove multisale di proprietà degli stessi produttori: uno scadente Panariello rimane magari per solo due settimane ma in centinaia di sale contemporaneamente. Per poco quindi, ma ovunque. Il passaparola negativo non fa in tempo neanche a partire ed ecco il successo, effimero, facile, e furbo. Breve ma intenso. I nuovi valori.

Stelle e strisce: la nuova politica produttiva

Questa de-generazione (la definizione è presa dal film manifesto del 1994 firmato da una schiera di esordienti appartenenti a una generazione davvero poco promettente) di “autori” viene sostenuta da quella dei nuovi produttori. Strani personaggi – veri e propri organizzatori – che dopo aver ricevuto il contributo dello stato, si affidano al nome di una “stella”, facendola muovere in film senza storia (a strisce, appunto), affidando al caso il problema cruciale della distribuzione. I risultati? Ieri (anni Sessanta) prodotti (e distribuiti) 400 film, trent’anni dopo 70 film realizzati di cui solo una quindicina distribuiti.

La privatizzazione: Cinecittà Studios SpA

Il 1997 è il primo spartiacque tra il passato e il futuro. Cinecittà viene concessa in gestione privata a Cinecittà Studios, una società per azioni presieduta da Luigi Abete. Obiettivo: gestire gli studi in una logica di business, ma senza uscire dai consueti binari “È, era e sarà tecnicamente impossibile deviare dall’attività prevalente della produzione cinematografica – decanta il presidente di Cinecittà SpA ai giornalisti – in quanto un’eventuale deviazione farebbe decadere automaticamente tutti i contratti”. L’azienda, controllata all’80% dal Gruppo IEG (Italian Entertainment Group) al restante 20% da Cinecittà Luce (il socio pubblico posto sotto il controllo del ministero dei Beni e le Attività Culturali) e partecipata da importanti imprenditori privati (tra i quali Diego Della Valle, Aurelio De Laurentiis e Robert Haggiag) inizia la sua attività con ricavi superiori a 60 miliardi di lire, debiti per 43 miliardi e perdite per 754 milioni.

Il talento di Mr. Ripley

Il primo anno di gestione privata, elenca quasi ottanta produzioni accolte negli Studios di via Tuscolana. Si va da “Panni sporchi” di Mario Monicelli al “Fantasma dell’opera” di Dario Argento, da “Un tè con Mussolini” di Franco Zeffirelli a “Il talento di Mr. Ripley” di Anthony Minghella, da “Il dolce rumore della vita” di Giuseppe Bertolucci fino a “La Cena” di Ettore Scola.

Ai confini del nostro presente. Cinecittà si presenta come una moderna struttura capace di dividersi tra le produzioni cinematografiche (il settore che fa gridare alla rinascita), quelle televisive (che la salva dalla crisi) e il settore dei servizi (che innesca nuove entrate). Gli italiani non fanno più tanti film come un tempo ma in compenso gli americani sono tornati a utilizzare gli studi ed è questo forse che desta più scalpore. Ci si domanda come mai abbiano scelto proprio Cinecittà come loro seconda casa. Prenderemo un esempio concreto, uno qualunque tra i tanti, per rispondere.

Il caso “Daylight”

E ‘ il 1995 e l’America approda Cinecittà con l’ennesimo kolossal destinato a sbancare ai botteghini. Si tratta di “Daylight”, giocattolone firmato da Rob Cohen con Sylvester Stallone. In molti si chiedono perché i padroni della Settima Industria si rivolgano proprio a noi. E in effetti il fatto in sé stupisce. Un film del genere – dodici persone intrappolate in un tunnel, a seguito di un’esplosione di gas tossici, in attesa del salvatore –potevano benissimo farselo in casa.

Daylight
La risposta sta nello spazio fisico costruito a misura d’uomo. Solo qui, infatti, gli americani, possono trovare tutto quello di cui hanno bisogno: produzione, post-produzione e servizi. Il tunnel, è vero, potevano costruirselo ovunque, magari nel deserto, ma l’averlo fatto a Cinecittà gli offre la certezza di avere a disposizione uffici, telefoni, fax, servizi di sicurezza, vigili del fuoco. Oltre alla possibilità, e qui forse sta la vera differenza, che il regista ha di dirigere, filmare, far stampare, vedere il girato il giorno stesso e magari rigirarlo l’indomani. Senza tante procedure, senza troppi spostamenti. Tutto in casa, tutto in giornata. Questo probabilmente potrebbe bastare a far capire perché i vari Minghella, Taymor, Hoffman, Hass, Mostow (ma sarebbe giusto dire anche De Laurentis) abbiano scelto la “Hollywood sul Tevere”. A dimostrazione del fatto che gli italiani, a dispetto della classe politica che li governa – che sembra, nonostante la buona volontà, ancora lontano dal centrare problematiche cruciali – riescano ancora a vincere le loro partite (ci si perdoni il confronto calcistico, tanto per rimanere in clima di “italianità”) nonostante gli arbitri li danneggino proprio in casa.

La rinascita di Cinecittà

E’ questo il tempo della rinascita. Quello che azzardano a chiamare “il ritorno della Hollywood sul Tevere”. Alla fine del millennio si accavallano grandi, imponenti, ambiziosi progetti per il futuro. Roba da far impallidire la vera Hollywood. Grazie a una delibera che porta la firma dell’assessore ai lavori pubblici Esterino Montino, viene approvato dalla giunta capitolina il progetto che dovrebbe rilanciare alla grande sia il settore produttivo (l’industria) che quello spettacolare (le sale). Ventuno sale cinematografiche, nuovi teatri di posa, laboratori di cinema, teatro, televisione e musica, un museo, due ristoranti, un bar, negozi di ogni genere, due parcheggi e persino una cappella (i realizzatori sono il Progetto Multisale di Mauro Miccio insieme a Cinecittà Holding di Gillo Pontecorvo con l’apporto di Warner Willage-Focus). Cento miliardi di investimento. Un anno di lavori. Con una scadenza inesorabile: il 2000. Sarà lì che bisognerà rifare i conti.

Fin qui il progetto, le speranze, la favola. L’operazione, nonostante le apparenze, si rivela più vecchia di quello che sembra, riemerge solo da estenuanti pantani procedurali e a seguito della delibera. La definizione di un perché che giustifichi la situazione resta difficile, ma conoscendo le realtà imprenditoriali italiane e le sempre-identiche-dinamiche di mercato qualcosa alla fine riusciamo a spiegarci. Non saranno di certo le ventuno sale a cambiare le sorti dell’industria cinematografica romana. Anzi, il progetto, così come è presentato, rischia di danneggiare gli equilibri appena raggiunti. Se l’Italia del cinema, infatti, ha bisogno di una sana economia di mercato (che vuol dire fare tanti film, portare tanti spettatori al cinema, quindi creare le premesse per ospitarli, ovvero i multiplex), questa non deve essere messa in pratica senza criterio. E’ vero che c’è bisogno di nuove sale e nuovi spettatori, ma, premesso che nella scala delle priorità ci sia il bisogno di produrre nuovi film, erigere una multisala così imponente in una zona dove di sale ne esistono almeno venti significa dimostrare ancora una volta che l’essenza della Settima Industria continua a sfuggire alla politica italiana. In compenso sono ancora una volta loro, gli americani, a salvarci, almeno così fa sembrare la stampa.

Una giornata particolare: negli studios con Harvey Keitel e Anthony Hopkins

In quei giorni di inverno del 1999 facciamo un salto negli studi di via Tuscolana e riusciamo a entrare nel blindatissimo Teatro 5 (quello di Fellini), dove si sta girando “U-571”, il film sulla Seconda Guerra Mondiale che ha fatto ritornare a Roma Dino De Laurentis dopo 45 anni di assenza “perché a Cinecittà tuttora lavorano le più grandi maestranze del cinema”. Prima che la security si accorga di noi è passata una buona ora. Così, approfittiamo dell’arco di tempo che abbiamo a disposizione per assaporare il fascino opulento di certa magniloquenza hollywoodiana filtrata, in questo caso, dalle bacchette magiche di un italiano. Al centro del teatro campeggia, tra mille impalcature, il Gimbal, la speciale macchina (gioiello della tecnica che diverrà una struttura stabile di Cinecittà e che potrà attirare registi da tutto il mondo) capace di simulare il beccheggio ed il ronzio del sottomarino. “E’ pericoloso stare qui”, ci sussurra qualcuno. Nessun problema, è tutto ok. E prendiamo tempo.

U-571

In un clima, elettrico ma teso, senza troppi fronzoli o perdite di tempo, sarà forse che fa un freddo cane e che hanno appena ripreso a lavorare dopo la pausa di metà mattinata (bruschette col pomodoro e thè caldo per la troupe americana) spunta fuori dal sottomarino Harvey Keitel, felice come un bimbo che gioca a fare il marine. Scende la scaletta che lo porta sulla “terraferma” sereno, pacato, imperturbabile. Ci lancia pure una sorridente occhiata a noi che guardiamo con occhi stupiti questo spettacolo dell’ingegno: settantasette metri di pistoni, cuccette, radar e periscopi. Non sembra avvertire il peso della stanchezza. Jon Bon Jovi, invece, scuro in volto, capelli corti, è seduto sulla sedia e aspetta in silenzio. Ascolta i consigli di Jonathan Mostow il regista di questo kammerspiel bellico senza l’ombra di una donna. Poi si alza e recita la scena. E così va avanti per un po’.

Ma c’è dell’altro sul fronte tuscolano. A pochi metri di distanza, nel teatro 11, stanno ultimando le riprese, iniziate a ottobre, di “Titus” (o “Tito Andronico”, se volete), il film della regista americana Julie Taymor. Anche Conchita Airoldi, che con l’Urania e gli “indipendenti” della Clear Blue Sky, produce il film, ha scelto Cinecittà come teatro del film (oltre agli esterni girati all’Eur e al Ghetto) visto che negli USA il film le sarebbe costato sessanta milioni di dollari. Qui, invece, i conti toccano a malapena i venti milioni (allora di lire). Appena entrati notiamo immediatamente due cose: il numero impressionante di persone che costituiscono la troupe, saranno almeno duecento, e la destabilizzante atmosfera senza tempo dovuta alla azzardata scelta estetica di coniugare antico e moderno. A far baciare le bighe con le motociclette e le cravatte con le tuniche ci hanno pensato due illustri italiani: Dante Ferretti (scenografie) e Milena Canonero (costumi) fotografati dall’impeccabile luce di Luciano Tovoli. A dimostrazione che gli americani qui, oltre agli studi, trovano soprattutto professionisti. Ed eccole le due star: Anthony-Tito- Hopkins, avvolto in un enorme mantello rosso (che ricopre però una divisa da gerarca), qui, alla sua ennesima ultima interpretazione in assoluto (“fare l’attore è un mestiere stupido, c’è anche dell’altro nella vita”) visto che ha deciso di abbandonare le scene dopo questo film (ma ad oggi la giacca è ancora lontana dal chiodo) e Jessica Lange, capelli raccolti quasi a formare una corona d’oro, nelle vesti bianche di Tamora, la regina dei Goti.

E hanno appena terminato le riprese dei loro gioielli Michael Hoffman (“Sogno di una notte di mezza estate”), Franco Zeffirelli (“Un tè con Mussolini”), Anthony Minghella (“The Talented Mr. Ripley”), Philip Haas (“Up at the Villa”). Sempre Cinecittà, stavolta è il settore della post-produzione a essere interessato, ospita in questi giorni Lina Wertmuller (“Ferdinando e Carolina”), Carlos Saura (“Goya”), Pasquale Squitieri (“Briganti”) e Faenza (“L’amante”).

Commesse

E la televisione? C’è posto soprattutto per lei negli stabilimenti capitolini. Per oltre un mese il teatro 15 ha ospitato “C’era un ragazzo”, l’iper-elogiata trasmissione condotta dal one-man-show Gianni Morandi. Negli esterni la Tim sta girando il nuovo spot. Il teatro 20 invece è dedicato a “Un medico in famiglia”, proprio lì vicino, al 21, Giorgio Capitani sta girando per la televisione “Commesse” con un poker di stelle tutto al femminile: Brilli, Pivetti, Ferilli e Valle. E poi le trasmissioni che qui ormai sono di casa: “Coppie”, “Buona domenica” e “La canzone del secolo” per Mediaset e “SuperQuark” per la Rai.

La crisi economica

Con l’arrivo dell’euro (bilancio 2002) i ricavi raggiungono i 39 milioni, 24,7 milioni i debiti e 860mila euro gli utili.

La crisi economica mondiale si abbate su qualunque situazione senza pietà, non risparmia l’Italia, anzi l’affossa, non salva Roma, anzi la porta ai minimi termini, non salva l’arte che aveva reso celebre la Capitale, anzi quasi la uccide.

Negli ultimi anni l’azienda assiste a una contrazione progressiva dei suoi ricavi unita a un andamento altalenante degli utili e delle perdite.

Il piano di sviluppo di Cinecittà

Il 4 ottobre del 2010 il cda di IEG approva il piano di sviluppo di Cinecittà Studios.

Il piano prevede:

  • la realizzazione di un nuovo teatro sul modello del Teatro 5
  • la costruzione di un albergo
  • la costruzione di un complesso immobiliare
  • l’attuazione di servizi di ristorazione
  • la creazione di un parcheggio sotterraneo
  • la costruzione di un Distretto del Cinema e del Multimediale.

Una strategia che diventa una spudorata confessione: “Abbiamo sbagliato, il cinema è un business che non rende più“. Il mondo cinematografico denuncia che ormai è solo speculazione edilizia. Interviene direttamente il presidente Luigi Abete: “L’obiettivo è modernizzare il sito, riuscendo a offrire maggiori servizi per le imprese, una migliore allocazione per le troupe e un nuovo e moderno teatro di posa dove girare i film”. La Corte dei Conti ricorda che il 3 dicembre del 2009 il Nucleo Antiabusivismo Edilizio ha posto sotto sequestro l’immobile e che due mesi dopo è stato disposto il dissequestro dietro presentazione di un progetto di adeguamento finalizzato al rilascio di un permesso a costruire in sanatoria di fronte al quale il Comune di Roma ha richiesto il pagamento di 423.700 euro. Il 21 dicembre del 2011 viene invece firmato l’atto d’obbligo con cui Cinecittà Studios si impegna a mantenere la destinazione d’uso dei locali e a sostenere gli oneri di urbanizzazione.

Il piano non piace ai lavoratori, temono che Cinecittà perderà i suoi dipendenti. Così occupano gli Studios. Davanti alla Casa del Cinema di Villa Borghese, dove Abete sta illustrando il programma per il rilancio, gli operatori fanno sentire la loro voce. Abete si sente vittima della miope opposizione sindacale che contrasta il suo progetto di sviluppo e sospira: “Se i lavoratori continueranno ad occupare, non si potrà procedere al rilancio. E l’azienda nei prossimi giorni deciderà di portare avanti i licenziamenti”. E’ una minaccia, neanche tanto elegantemente confezionata. In realtà è la classica punta di diamante. Gli esuberi sono stati già da tempo classificati: su circa 220 addetti 50 sono in più rispetto alle attuali necessità; in particolare 32 lavoratori del reparto scenografie e 18 nei servizi generali. Poi però affida la speranza alla forza delle sue parole: “Cinecittà non solo non chiude ma si amplia mantenendo intatta la parte storica degli Studios e il piano di ristrutturazione aziendale ci servirà ad evitare di licenziare i 50 lavoratori in esubero”. Mettendo insieme le frasi con una sequenza logica il risultato è: ci sono 50 esuberi ma con il nuovo piano verranno mantenuti ma se le proteste continuano il piano non scatterà e i 50 verranno licenziati.

Tutte le rappresentanze sindacali, Ugl, Cisl, Uil, Cgil e Cobas, contestano il piano di Abete. E i lavoratori rendono permanente il presidio con le tende piantate sui tetti: “Credevano che prima o poi ci saremmo stancati o peggio divisi. Siamo invece tutti qui, sotto quaranta gradi, perché lottiamo non solo per noi ma per un pezzo di storia d’Italia”.

Ma, si sa, la storia da tempo non la fanno più gli italiani. Le piazze non cambiano la realtà. Per farlo bastano due penne e quattro occhi consenzienti chiusi in una stanza che conta. Pochi mesi dopo, il 4 dicembre 2012, Nicola Borrelli, in qualità di direttore generale per il Cinema del MiBac, firma un accordo con gli imprenditori che gestiscono Cinecittà che prevede un investimento di 7 milioni di euro (da spalmare per tutto il 2013) finalizzato alla modernizzazione del sito. Il bilancio che Cinecittà Studios deposita pochi giorni dopo, la sera di capodanno, chiudendosi con una perdita di 5,6 milioni di euro, ricavi a 16 milioni (un calo netto, rispetto ai 25 milioni del 2011, derivante dalla diminuzione di produzioni televisive) e debiti in aumento, da 27 a 32 milioni di euro, conferma il totale fallimento della strategia industriale.

Nessun investimento si realizza. I fondi rimangono cristallizzati. La patata è troppo bollente e il Ministero preferisce riporre in un cassetto il patto firmato alla presenza delle sigle sindacali. I soci privati iniziano a dirottare la liquidità. Diciotto anni dopo l’inserimento di Abete il core business degli studios ha deviato la sua strada abbandonando il cinema e adottando l’intrattenimento. E’ l’ennesimo salto in superficie dei nostri tempi. Dove a fondo si può andare ormai solo con i deficit dei bilanci. La profondità e lo spessore appartengono per sempre ad altre ere.

La decadenza

Oggi, attraverso il veicolo societario Cine District Entertainment, le porte degli storici Studios sono aperte all’organizzazione di eventi aziendali e privati tra le scenografie più belle dei film girati a Cinecittà. E’ una maniera decadente e un po’ sconfortante di diversificare. Un modo per tirare fuori il meglio da una situazione pessima. Monetizzando la storia e garantendo lavoro. Per molti però è un modello di business che distrae investimenti importanti dallo sviluppo del settore cinema.

La strategia della diversificazione dilaga fino a uscire da Roma. Nei terreni di Castel Romano sorge il grande parco tematico Cinecittà World, operazione complessa e ambiziosa all’interno di un contorto intreccio di società controllate, le cui redini sono saldamente nelle mani di Cinecittà Entertainment (detenuta al 67,5% sempre da Italian Entertainment Group) azienda che a sua volta controlla Cinecittà Parchi (il veicolo societario che gestisce la costruzione del parco divertimenti), Edilparco e Cinecittà Natura, che nulla hanno a che vedere con il cinema essendo impegnate nella realizzazione di infrastrutture commerciali e di un lussuoso resort.

Il rilancio del sito di Cinecittà

La Conferenza Unificata del 22 gennaio 2015 approva il primo piano strategico “Grandi progetti beni culturali” previsto dalla Legge Art bonus; tale provvedimento stabilisce la costituzione del MIAC (Museo Italiano dell’Audiovisivo e del Cinema) che sarà gestito dall’Istituto Luce – Cinecittà Srl, e sarà realizzato all’interno del comprensorio di Cinecittà. Nell’ambito del MIAC sarà creato anche un laboratorio per il restauro delle pellicole, finalizzato alla salvaguardia dell’enorme patrimonio in pellicola esistente negli archivi di Cinecittà, del Centro Sperimentale di cinematografia e in molti altri archivi.

Lo stato del cinema italiano di oggi

DG Cinema, MiSE, Luce Cinecittà, ANICA, ICE e APT iniziano a lavorare ad una nuova strategia condivisa e complessiva per l’internazionalizzazione del prodotto audiovisivo italiano. A Cannes, dove l’Italia gongola essendosi presentata con Garrone, Sorrentino e Moretti, il regista di “Mia madre” spegne gli entusiasmi patriottici: “Sono molto contento che ci siano tre film italiani in competizione ma la mia impressione è che questo sia ancora il risultato di iniziative individuali di registi e produttori mentre il clima in Italia intorno al cinema, sia come fenomeno industriale che artistico, è sempre molto distratto”.

Non è molto distante dal vero. Pensiamo solo agli interpreti del nostro cinema. Sono stati spesso spremuti in base a contingenze commerciali vissute alla giornata. Esaurite le risorse auree degli anni Sessanta e Settanta (i Sordi e i Gassman) e consegnato il testimone negli anni Ottanta  ai “nuovi comici” (Troisi, Verdone, Nuti e Begnigni), nel decennio successivo l’asse si è spostata più al nord e la palla è passata al “clan Salvatores” (Diego Abatantuono, Claudio Bisio, Fabrizio Bentivoglio, Giuseppe Cederna, etc.). Dagli anni Duemila gli attori, soprattutto maschili, sono stati presi, spremuti e sostituiti: i ritornelli “ormai i film li fa tutti lui” sono durati una stagione (Stefano Accorsi, Luigi Lo Cascio, Luca Argentero, Pierfrancesco Favino, Edoardo Leo, Marco Giallini). L’unica costante sono state le commedie corali sentimental-generazionali con cast all-stars, buoni sentimenti, personaggi abbozzati e sceneggiature esili.

Nel frattempo il quadro che emerge dalla presentazione annuale dei dati 2014 “Tutti i numeri del Cinema italiano” promossa dalla direzione Cinema del MiBACT e dall’Anica a Roma vede l’aumento di film italiani prodotti (201 titoli in sala nel 2014 + 34 titoli rispetto al 2013) ma il calo del budget medio per film, di gran lunga inferiore alle medie internazionali. Il cinema italiano stenta a rientrare dei costi di produzione. Il Ministro Dario Franceschini abbozza (“Ha ragione Moretti, in Italia ci sono stati anni e anni di disattenzione e di scarso interesse per il cinema italiano. Purtroppo so bene che è stato così per troppo tempo ma le cose ora sono cambiate”) ma vede l’Italia competitiva sui mercati internazionali “perché offre location uniche al mondo, un’eccellenza produttiva consolidata e vantaggi fiscali impareggiabili”. Questi ultimi soprattutto sono alla base dei dati positivi. Con la legge “Art Bonus”, il credito d’imposta massimo concesso alle produzioni esecutive italiane che girano, su commissione estera, film stranieri sul territorio italiano, è stato elevato da 5 a 10 milioni di Euro l’anno per ciascun produttore e non più per singola opera (le produzioni internazionali ad alto budget possono quindi raggruppare nella realizzazione dello stesso film più produttori esecutivi elevando così l’ammontare di credito disponibile per la stessa opera).

Il provvedimento mostra evidenti effetti, con un vertiginoso aumento del numero di produzioni internazionali approdate in Italia e un utilizzo del credito d’imposta da parte dei beneficiari che nel 2014 è più che raddoppiato – da sei a tredici milioni di euro – nonostante la misura sia entrata in vigore solo a metà del 2014. Si è svalorizzato il lavoro ma la quantità di film e audiovisivi girati a Cinecittà è aumentata. E il tax credit permette a Paolo Sorrentino di girare una serie televisiva per Sky (“The Young Pope”), a Checco Zalone di realizzare “Quo vado”, alle fiction “Un medico in famiglia” e “Squadra mobile” di proseguire il loro cammino, agli americani di sceglierla per girare sequel (“Zoolander 2”) e remake (“Ben Hur”). Persino il “Grande Fratello” riemerge dalle ceneri (in tutti i sensi, qualcuno ricorderà che in una notte di dicembre del 2013 un incendio aveva bruciato, alcuni speravano per sempre, la famosa casa nel cuore di Cinecittà).

Grande Fratello

Sebbene le rappresentanze sindacali unitarie denuncino appalti affidati a cooperative o service per sopperire alle esigenze e Luigi Abete occupi due poltrone che dovrebbero essere conflittuali (negli Studios e nella Banca Nazionale del Lavoro, uno dei principali finanziatori del cinema), Franceschini mette la faccia per “continuare ad investire su questo comparto cruciale per lo sviluppo dell’industria creativa italiana e la valorizzazione dell’immagine del Paese nel mondo”.

Gli amanti del cinema aspettano un sospiratissimo Happy End.

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