News online: l’alba felice del giornalismo 2.0

Speranze e preoccupazioni. Da un lato la nuova editoria: leggera, utile, low-cost, giovane e collaborativa. Dall’altro la vecchia signora: dispendiosa, appassita e ad alto consumo. Digitale e carta, futuro e passato.

L’editoria tradizionale avverte la crisi di un modello che tanta gloria ha avuto ma che ora è ormai inesorabilmente agonizzante. E’ il momento di un passaggio di consegne. E’ uno scontro di strumenti, di accessi, di possibilità. Ma in ballo c’è anche il fattore tempo. Perché il valore di una notizia è ormai proporzionato al tempo che si riesce a strappare al lettore.  Guadagnarsi l’attenzione del pubblico, questo è l’obiettivo. E il lettore va dove trova interesse, a lui importa nulla che la vecchia editoria stia morendo. Cerca buon giornalismo ma è stanco di pagare per una informazione urlata e faziosa.

Ecco allora nascere un diverso rapporto fra fornitori di contenuti e lettori. Più libero, sincero e collaborativo.

Secondo Howard Rheingold , uno dei più grandi studiosi di nuove tecnologie, tra i fondatori HotWired nonché autore del celebre “Smart Mobs”, i quotidiani sono spacciati: “Ai giovani non interessano, è solo la mia generazione che continua a leggerli”. E in effetti ormai il 60 per cento degli under trenta attinge alla rete per informarsi e per costruirsi un’opinione.

Gli fa eco l’editore James Macpherson: “I giornali sono morti che camminano, presto potremo avere un unico desk per tutti i quotidiani online, probabilmente offshore”.

La rivoluzione dei media sta ridisegnando il modo in cui i lettori si tengono aggiornati. Una ricerca finanziata dalla Bain and Company mette in evidenza uno spaccato che non lascia spazio ai dubbi: i profitti generati negli ultimi dieci anni dai media digitali (blog, Twitter, Facebook, Youtube e testate on line) sono passati dal 4% al 22%; quelli relativi ai supporti tradizionali (carta stampata e televisione) sono scesi dal 40% al 14%.

1. IL QUADRO DELL’EDITORIA

Italia: oggi

Per la stampa italiana è una delle crisi più acute della sua storia. La Fieg traccia un quadro senza speranza: crollano le vendite, la pubblicità, le risorse. La parola d’ordine è “recuperare”: terreno, lettori, tiratura, inserzionisti. In tre anni le risorse pubbliche sono diminuite del 53% e i quotidiani hanno perso 558 mila copie. La Federazione Italiana degli Editori di Giornali propone misure immediate (alla Camera, all’Antitrust e ai Motori di ricerca) contro la crisi. Tra le tante ipotesi quella di un mini prelievo per chi naviga online.

Con la crescita delle news online, iniziano a capitolare le testate cartacee, soprattutto quelle finanziarie, considerate da sempre le più solide. il quotidiano Finanza&Mercati, il settimanale Borsa&Finanza e il mensile TuttoFondi, sono finiti in liquidazione, mentre si aggrava il buco per Il Sole 24 Ore (-6,4 milioni di euro solo nel primo trimestre 2010; 52,6 milioni nel 2009), che nell’ultimo anno ha subito un catastrofico (-15,8%) crollo di copie (dalle 346.864 dell’aprile 2009 alle 291.994 di aprile 2010).

USA e GB: oggi

All’estero il quadro non è differente. Anzi. I cittadini statunitensi per informarsi ormai preferiscono la rete alla carta stampata. Il sorpasso del web sulla carta è avvenuto già nel 2008 quando la percentuale dei cittadini che si affidava alla rete per informarsi è passata dal 24% del 2007 al 40%, superando di cinque lunghezze quella di coloro che si affidano alla carta stampata. L’anno seguente, come aveva previsto Clay Shirky è stato un bagno di sangue per i media tradizionali: gli effetti della crisi economica hanno costretto l’informazione tradizionale a piegarsi al Web pur di non scomparire: storici quotidiani hanno dismesso le proprie tradizioni cartacee invitando i lettori a rivolgersi alla rete, rinunciando per sempre alla materialità della carta.

Oggi gli effetti di questa rivoluzione si iniziano a vedere. Grazie al taglio dei costi e alla crescita delle entrate pubblicitarie sull’edizione onlinetornano finalmente in attivo i conti del New York Times . La Times Co. Ha riportato infatti un profitto di 14,15 milioni di dollari nel primo trimestre di quest’anno (contro un passivo di 74,22 milioni del primo trimestre del 2009).

Anche l’inglese Telegraph, che può vantare 40 milioni di utenti, ha utili in attivo grazie a un sito for free che continua a investire nel 2.0 e quindi nel dialogo con i suoi lettori.  I blog sono ormai diventati i suoi fiori all’occhiello (non per nulla 40 persone ci lavorano a tempo pieno).

 

2. EARTHQUAKE: IL TERREMOTO DELLE NUOVE TECNOLOGIE CAMBIA LA STORIA

La nostra vita si è ormai digitalizzata. Le nuove tecnologie – i blog, Facebook, Twitter, i telefoni mobili, etc, – offrono opportunità inattese, favorendo la circolazione delle informazioni.

Strumenti di comunicazione immediata che possono diventare strumenti per la diffusione della democrazia, capaci di cambiare la Storia: nelle Filippine, ad esempio, dove il governo di Joseph Estrada nel 2001 fu rovesciato da manifestazioni civili coordinate dal lancio di 70 milioni di sms, anziché di pietre; in Corea del Sud dove il sito “OhmyNews“, aggiornato grazie a cittadini-reporter, ha contribuito al risultato delle presidenziali del 2002; in Spagna, dove gli attentati di Madrid del 2004 determinarono la vittoria elettorale di Zapatero solo dopo il tam-tam di blog ed sms che smentirono la versione che incolpava i separatisti baschi; in Italia quando il giorno della Festa del Lavoro del 2005 Gianluca Neri, anziché starsene con le mani in mano, sul suo blog Macchianera, svelò al mondo tutti gli omissis delle 43 pagine nelle quali il generale Vangjel forniva la versione americana dell’uccisione per fuoco amico di Nicola Calipari;  in Gran Bretagna, il 7 luglio 2005, quando la prima immagine post-attentato dalla metropolitana di Londra fu scattata con una fotocamera cellulare e diffusa dalla rete; in Kenya, quando i cellulari dei community reporter di Voices of Africa, sono riusciti a raccontare come la popolazione vivesse i giorni infuocati della campagna elettorale del 2007; nel 2008, quando, nel giro di tre settimane, l’organizzazione online Avaaz.org, usando solo  la rete,  riuscì prima a coinvolgere 125 paesi poi a convincere la Cina a riprendere il dialogo con il Dalai Lama, dopo le proteste in Tibet; negli Stati Uniti, quando nel pomeriggio del 1 maggio 2009, alla prima scossa di Los Angeles, la blogger Xenu Jardin (Boing Boing) tuonò su Twitter con il suo: “Earthquake”; in Iran, durante il periodo post-elettorale del giugno 2009, quando il regime di Ahmadinejad tagliò ogni tipo di comunicazione con l’estero le tecniche adottate dagli iraniani per raccontare quello che stava succedendo si raffinarono facendo nascere, grazie a Twitter e Facebook una nuova generazione di giornalisti;  in Russia, pochi giorni fa, dove si è recata la Silicon Valley in blocco (i ceo di Twitter, eBay, Mozilla e Cisco insieme ad Ashton Kutcher), per contribuire alla distensione tra le due superpotenze utilizzando Twitter. Ma la storia continua.

 

3. NEWS ONLINE: PRO E CONTRO

I vantaggi del mezzo digitale sono tanti: la velocità, la leggerezza di una struttura, l’immediatezza nel diffondere una notizia, la possibilità, di trascendere gli ambienti fisici. I commenti poi permettono ai lettori stessi di giudicare le notizie, di metterne in discussione la veridicità’, di dare loro stessi notizie ai giornalisti in un nuovo processo basato sulla collaborazione reciproca.

Oggi proliferano citizen journalist e blog news, ma l’attendibilità resta sempre la questione più urgente da sbrogliare. Per Rheingold servirà uno standard per la valutazione dei contenuti. E questo può riguardare sia il sistema delle news che quello degli approfondimenti. Già, perché scrivere non significa solo picchiare su una tastiera e dare fiato. Non vuol dire quindi limitarsi a dire la propria. Ma fornire un’opinione che sia argomentata, come sostiene Peter Stothard, per un decennio direttore del Times, oggi alla guida del Times Literary Supplement, uno dei più autorevoli supplementi letterari al mondo. E l’opinione – qui è la chiave – viene da lontano. E’ il risultato di un algoritmo complesso che somma conoscenza, sensibilità, ragione e reazione. Ma anche eleganza, competenza e persuasione.

Gli analisti, gli editorialisti, i critici non sono solo lettori con una opinione. Il pericolo allora – secondo Stothard  – è che la critica venga travolta dal volume di auto espressione al punto da impedire di trovarla a coloro che la cercano o che ne hanno bisogno. Se foste appassionati di cinema e vi trovaste a un party in cui sapete che c’è Martin Scorsese e per tutta la sera tentaste di fermarlo tra la folla per chiedergli qualcosa ma vi trovaste incastrati continuamente tra le chiacchiere di aspiranti filmaker come reagireste?

Incoraggiare il dialogo è fondamentale, ma se la rete favorirà il mito che qualunque giudizio potrà essere ritenuto valido solo perché presente sul web (l’evoluzione dei “se non sei in tv non esisti” e “è vero perché lo ha detto la tv”) allora la qualità potrà rischiare di essere indebolita da una molteplicità di forze approssimative e affrettate. E la Rete, in termini di qualità, fare la fine della televisione. Così come il piccolo schermo vive ormai di comuni mortali usciti dalla casa del Grande Fratello, Internet potrebbe popolarsi di gossip pari dallo scoop facile e infondato.

I rapporti della Freedom House sulla libertà di informazione nel mondo segnalano che, nonostante il boom della rete, da anni si assiste a un peggioramento della capacità di generare informazione. Il cambiamento si muove velocemente e arriva ovunque: milioni di persone nel mondo usano blog, Twitter e Facebook ma non sanno necessariamente fare informazione o vogliono limitarsi a comunicare senza avere l’ambizione di farla.

Al di là della sua convinzione sulla morte certa dei quotidiani, per Rheingold non c’è differenza tra un giornalista online e uno della carta stampata: entrambi devono trovare notizie, verificare le fonti, sapere impostare un articolo e naturalmente essere in grado di scriverlo. Il nocciolo della questione semmai è la padronanza del mezzo, quindi saper usare internet per fare giornalismo, non tanto fare giornalismo su internet.

E infatti esistono blogger che compiono egregiamente il lavoro di giornalista.

Personalmente, pur vivendo circondato dalle notizie della Rete, non ho completamente rotto il cordone ombelicale con la carta stampata. Ho limitato però l’asse d’interesse verso una nicchia di piacere, selezionando solo periodici che siano in grado di stupirmi. Quando prendo in mano Wired, ad esempio, è una esperienza totale: tattile, estetica, olfattiva, che, oltre a colmare la mia curiosità, grazie a una grafica imprevedibile e a un utilizzo creativo della carta, riesce ad appagare anche i miei sensi.

Ad ogni modo, è probabile che la nicchia della “preziosità” possa essere una delle poche mosse – strategicamente a metà strada tra lusso ed ecologia – che l’editoria tradizionale potrà giocarsi per il futuro: la qualità del prodotto editoriale, il costo della carta e il rispetto per l’ambiente la renderanno unica e rara e quest’aura di preziosità diventerà il suo tratto distintivo.

 

4. SCENARI PRESENTI E FUTURI

La parola alla Community

Rispondere alle esigenze sociali della rete è divenuto ormai una priorità. Così capita che anche le testate più autorevoli si “pieghino” a dare ascolto alla community. La CNN ad esempio ha creato iReport, una piattaforma che permette di contribuire a dare la giusta impostazione alle notizie presentate dalla testata stessa. L’utente può pubblicare una sua notizia oppure commentare, correggere e votare  le altre, decretando così il successo o il fallimento di una news.

Anche il Guardian si muove sulla stessa scia. Basta dare un’occhiata al suo Zeitgeist, giornale nel giornale (o meglio: sito nel sito) dove gli articoli vengono scelti direttamente dagli utenti e le notizie della HP, divise in finestre colorate, cambiano a seconda dei feedback dei lettori.

Il crowdfunding in USA e in Italia

Intanto il mondo digitale ha aperto nuovi inaspettati scenari, demolito luoghi comuni e spalancato nuove opportunità. Sempre più testate valorizzano la collaborazione del pubblico più attivo. E trovano inedite forme di finanziamento. Come il crowdfunding, che prevede la donazione di piccoli contributi da parte dei lettori.

Negli Stati Uniti Spot.us il sito di giornalismo investigativo fondato da David Cohn,  in pochi mesi ha raccolto 50.000 dollari da centinaia di persone con versamenti medi di 20 dollari ciascuno. L’obiettivo è cercare di finanziare giornalismo indipendente che realizzi inchieste intorno alle quali i cittadini interessati possano diventare parte del processo di creazione delle informazioni.

Ecco come funziona: un lettore sollecita un’inchiesta su un dato tema; il reporter che la adotta fissa il costo necessario per la sua realizzazione; la proposta passa nella fase “promesse di donazione”, nulla viene versato; se il costo dell’inchiesta viene coperto dalle promesse, parte la fase di finanziamento vero e proprio. L’inchiesta realizzata viene controllata e sottoposta a editing e quando il livello qualitativo viene ritenuto accettabile, viene pubblicata sotto licenza Creative Commons. Se una testata è interessata all’inchiesta, può finanziarla a partire dal 50% del costo, ottenendo la possibilità di supervisionarla e di pubblicarla in anteprima. Da poco è nata la versione italiana ma gli inizi sono piuttosto fiacchi.

Chi se la passa meglio è Dig-It, il primo portale di inchieste on demand che accoglie la collaborazione di giornalisti freelance dove il lettore diventa editore scegliendo (e finanziando) quali sono i servizi che meritano di andare avanti. Solo inchieste. Non ci sono rubriche, non ci sono sezioni. Più lontano ancora guarda Youcapital, piattaforma per la gestione, la pubblicazione e la raccolta di fondi per progetti, inchieste giornalistiche ed altre attività nel mondo dell’ informazione e della comunicazione. E i finanziamenti a progetto hanno coinvolto anche Journalismfund, il Fondo europeo per il giornalismo investigativo, che da poco ha aperto le porte anche a singole inchieste.

Blog News: la regina degli aggregatori

L’archetipo degli aggregatori di news, l’Huffington Post, il cui modello di business (il sito di Arianna Huffington raccoglie news e commenti di centinaia di giornalisti e blogger) da 20 milioni di lettori al mese, ha stravolto il mondo dell’editoria generando epigoni in tutto il pianeta (anche in Italia, con Il Post e BlogNation di Sofri/Neri ). Questi però devono però scontrarsi con le regolamentazioni pubblicitarie imposte dagli editori (l’unica scappatoia in Italia è aggregare contenuti di blogger indipendenti e non di testate editoriali, l’alternativa è accordarsi o pagare l’utilizzo dei contenuti, ma si tratta di casi rarissimi e ben organizzati, un nome su tutti: Wall Street Italia)

Sono molte le iniziative legate a nuovi modelli di editoria online.

Tra questi il Bay Citizen che, finanziato con 5 milioni di dollari dal filantropo Warren Hellmann, ha già accordi con il New York Times; il Texas Tribune; Demand Media e NewsTilt.

Ma anche indipendenti come il blog “PressThink” di Jay Rosen, professore di giornalismo alla New York University che dopo aver appoggiato il crowdsourcing è passato al mindcasting utilizzando Twitter come strumento di pubblicazione, sono voci molto ascoltate nella rete.

Il primo Pulitzer (per il Web) non si scorda mai: ProPublica

ProPublica è la neonata start-up no-profit appena incoronata dal Pulitzer, per la prima volta assegnato a una testata online. Partorita da un’idea di Herbert e Marion Sandler (ex-amministratori della Golden West Financial Corporation), ha una redazione asciutta (una trentina di giornalisti full time) progettata esclusivamente per fare giornalismo investigativo. Oggi oltre la metà delle testate non ha più reporter dedicati a inchieste e approfondimenti, ormai troppo costosi. Gerry Marzorati, editor del “New York Times Magazine”, ha stimato intorno ai 400mila dollari il costo di produzione totale dell’inchiesta vincitrice del premio (le eutanasie praticate nel Memorial Medical Center di New Orleans nei giorni dell’uragano Katrina ) firmata da Sheri Fink.

Le Glocal News e l’outsourcing USA-INDIA: il caso Pasadena Now

James Macpherson, editore di Pasadena Now, dopo aver licenziato in blocco la redazione californiana (pagata 800 dollari a settimana) ha dato il notiziario in outsourcing a giornalisti indiani, di Bangalore e di Mumbai, per 7 dollari e mezzo ogni 1000 di parole. E’ lui che da casa organizza tutto, Skype e email fanno il resto. Dice di essere un pioniere, di aver aperto la strada delle glocal news con il suo newspaperless pubblicato sul web: “I giornali sono finiti, presto saranno sostituiti da una molteplicità di piccoli device”. Sembra una provocazione, invece Dean Singleton, il chairman dell’AP e capo di una catena di 54 giornali locali, sta studiando la possibilità di avere un unico desk per tutti i quotidiani, probabilmente offshore. Viene quindi da chiedersi: “E’ il modello Pasadena Now il futuro dei giornali?”

L’ultima trovata di Hong Kong: le news animate

L’ultimo prodotto giornalistico sul mercato online si chiama Apple Daily, è il cartone animato delle news. A pensarci per primo è stato Jimmy Lai, imprenditore di Hong Kong. La nicchia che è riuscito a trovare riguarda le situazioni nascoste dei fatti plateali: utilizzando le fonti delle agenzie svela i retroscena di tutto quello che i nostri occhi non riescono a vedere delle cronache e dei gossip planetari. Un esempio? Le liti di Tiger Woods con la moglie, di cui tutti sanno ma che nessuno ha visto.

I mobile reporter e la (micro)rivoluzione africana

L’Africa di certo non sta a guardare: in Kenya Ory Okolloh e in Ruanda Olivier Nyirubugara sono l’immagine di un cambiamento senza precedenti dove l’inedita “minaccia” che oggi rappresenta per il potere la diffusione delle informazioni online si sta trasformando in uno strumento di controllo incredibilmente influente. Chi prima non aveva voce oggi può scambiare informazioni, denunciando abusi e corruzione. La blogger keniota la chiama micro-rivoluzione, perché viene dal basso.

In perfetta linea è Nyirubugara, trentenne ruandese con l’ambizione di creare in Africa un network (che ora copre Kenya, Tanzania, Mozambico, Sudafrica, Ghana e Camerun, ma il futuro è arrivare a vendere reportage al resto del mondo) per diffondere la democrazia. Il suo obiettivo è dare voce alle comunità locali perché è da lì che si deve partire per cambiare il mondo. Con il suo Voices of Africa, sito di giornalismo via telefonino (finanziato dall’olandese Voices of Africa Media Foundation), ha rivoluzionato il modo di fare informazione nel suo continente: ai suoi “mobile reporter” basta un cellulare con la connessione a Internet. Per  dare voce ai “silenziosi”, ha capito che poteva usare solo  reporter che conoscessero da vicino le persone e il loro linguaggio, puntando sulla spontaneità. E il cellulare è l’unico mezzo che permette loro di mimetizzarsi tra la folla. Il fatto che ormai tutti riprendano o fotografino in questo caso per un reporter è un’arma in più.

Ma il web sta permettendo anche a donne come la Okolloh di giocare un ruolo prima riservato esclusivamente all’uomo bianco. I risultati basta vederli online: Kenyan Pundit, blog sulla politica keniana e Mzalendo, sito per la trasparenza nel Parlamento di Nairobi e Ushahidi piattaforma per il crowdsourcing. Ogni giorno nascono nuove iniziative: Marsgroup, un progetto di giovani keniani nato per controllare le attività del governo, il social network Mixt, il sito Ong Sodnet, nato per aiutare lo sviluppo delle comunità in Kenya.

Sono queste le nuove rivoluzioni dove le armi hanno lasciato il posto all’informazione online.

Steve Jobs e i Paywall di Murdoch

I casi The Times, The Sunday Times, Wall Street Journal e Telegraph

Dopo infinite polemiche è partito il paywall voluto dal tycoon Rupert Murdoch per The Times e The Sunday Times. I due siti web ormai sono navigabili esclusivamente a pagamento , (1 sterlina al giorno o 2 a settimana) ma solo i numeri ci diranno in quanti saranno disposti a sborsare l’obolo per contenuti rintracciabili altrove gratuitamente. Murdoch su questo è stato irremovibile: l’informazione va protetta da ricicli e copie, riferendosi a blog e aggregatori di cui è acerrimo nemico (anche se è chiaro che, dal momento in cui i quotidiani faranno pagare i propri lettori, la rete diventerà lo spazio ideale per i pirati online dell’informazione), su tutti Google News che gli “ruba” i contenuti, motivo per cui ha dichiarato di voler rimuovere ogni contenuto che gli appartenga da questo servizio.

La News Corp del magnate australiano ha già introdotto un sistema di “micropagamenti” per accedere ai singoli articoli e una serie di abbonamenti “premium” per poter consultare un pacchetto di news pubblicate sul sito del Wall Street Journal.

Ed è proprio dal palco del convegno annuale del WSJ sull’economia digitale che  il numero uno di Apple, Steve Jobs, ha dichiarato al mondo che i giornali restano assolutamente centrali nel processo democratico: “Guai a diventare una nazione di soli blogger”. Senza giornalismo di qualità, senza content seri, senza rigore e attendibilità si rischia grosso: “Se una democrazia vuole funzionare a bisogno di informazione di qualità – dichiara riferendosi proprio ai padroni di casa del Journal ma anche al New York Times – e la soluzione è il pagamento del content. Il fondatore della casa di Cupertino non ha dubbi: “Esisterà sempre qualcuno disposto a pagare per la qualità”. Bisogna solo trovare la formula giusta.

Secondo George Siemens, direttore associato nel Learning Technologies Centre all’Università di Manitoba, il Wall Street Journal ha il sacrosanto dovere di guadagnare ma è abbastanza sicuro che non lo farà mettendo i contenuti a pagamento. Per l’autore di Connectivism: A Learning Theory for the Digital Age in una società democratica le discussioni importanti devono restare aperte. Il rischio sarebbe quello di creare, all’interno di uno spazio libero una distinzione di classe sociale che fino ad oggi non abbiamo.

Il futurologo dei media Gerd Leonhard boccia i micropagamenti sostenendo invece la necessità di trovare nuove strade per preparare contenuti che generino guadagni. E le strade a cui si riferisce possono essere i generatori o i device: acquistare uno smartphone che, grazie a un piccolo extra, fornisce l’applicazione per il New York Times.

La questione così non abbraccia più la possibilità di mettere il contenuto a pagamento, ma di vendere qualcos’altro attorno al contenuto. Strategia adottata in Italia, ad esempio, da Eboogle che, in partnership con Kiwie, offre Ebook Reader che contengono un consistente  numero di ebook di un valore a volte pari al reader stesso. Il tutto a vantaggio del lettore.

E riguardo ai nuovi modelli di business il Telegraph, che ancora sceglie la via della libera fruizione, ha le idee chiare visto che ha creato un’unità con 50 persone interamente dedicate a trovare nuove fonti di guadagno: “Per oltre un secolo i quotidiani hanno vissuto grazie agli introiti della pubblicità e della distribuzione – ricorda Adrian Michaels, Group Foreign Editor presso il Telegraph Media Group –  ma ora non può più funzionare così”. Una perdita di 20 milioni di sterline non può più essere compensata da una sostituiva ed equivalente: vanno cercate dieci nuove fonti di guadagno da due milioni l’una. E per farlo come si deve occorre una agguerrita sezione imprenditoriale il cui scopo costante sia quello di trovare nuovi modelli di entrate. Non per nulla il Telegraph può vantare un bookshop, una sezione “offers” e un carnet di consulenze online.

 

5. ABBIAMO DAVVERO BISOGNO DEI GIORNALI?

Se il lamento dell’editoria tradizionale è una sirena inarrestabile, i lettori non sono interessati al suo declino. Restano indifferenti ai dibattiti e continuano a cercare solo quello che desiderano, come è giusto che sia. E se di fronte a questo scenario, i giornali diminuiscono, la quantità di notizie online cresce a dismisura. Per questo il finanziere Warren Buffet si è guardato bene dall’investire sui giornali. Per questo Rupert Murdoch ha deciso di far pagare i contenuti. Per questo ovunque gli utenti si sono trasformati in emittenti. Per questo i lettori vagabondano freneticamente tra le infinite alternative. Per questo editori, testate, giornalisti e blogger non cessano di innovare e cambiare lo scenario.

Per questo, infine, c’è bisogno di nuovi filtri. Perché i lettori hanno bisogno di proteggersi dai rumori indesiderati per essere in grado di trovare solo ciò che gli interessa. Il web non è solo informazione di qualità – mette in guardia Adrian Michaels del Telegraph –  spesso ci si trova un mare di spazzatura e ho la sensazione che le persone inizino a stancarsi di dover faticare per trovare le vere notizie.

Ad ogni modo la recessione sta obbligando i media del passato a reinventarsi totalmente. Il sistema dell’informazione tradizionale ha infatti iniziato, con esisti alterni, a tener conto di quanto avviene online. E questo avviene anche in Italia. Il settimanale Panorama esce in versione digitale: pagine con spot multimediali, articoli disseminati di Qr (Quick response: codici che permettono di vedere sul mobile contenuti extra) per dialogare con la redazione e “fuga” dalla grammatica giornalistica abituale: “Non vi aspettate di trovare uno dopo l’altro gli articoli di attualità, esteri, economia, scienze, cultura e spettacolo – avvisa Giorgio Mulè nel suo editoriale – ci siamo liberati da queste gabbie”. L’idea è quella di creare un giornale veloce e fluido per navigare nel presente. L’intento è da incoraggiare, il format assolutamente transitorio. Se la carta, in qualche modo, ospita la rete, non può che essere una tappa di passaggio. Il futuro è altrove. E di certo sarà impalpabile.

La Repubblica annuncia di essere il primo quotidiano su iPad (Il Giornale era stato il primo su iPhone, la Stampa il primo su un e-Reader, iLiad, il Corriere della Sera il primo su Kindle: sembra ci sia stato un patto di non belligeranza tra le testate italiane per spartirsi equamente i primati sui vari device): “E’ multimediale, si sfoglia con un dito”. Ma Gianluca Neri su Friendfeed ribatte:  “Cari di Repubblica, quella roba lì, oltre a incartarsi a pagina 5, è multimediale quanto un normale PDF. Anzi – prosegue il creatore di Clarence – sospetto sia un normale PDF. Se gli editori pensano che l’iPad salverà il mondo dell’editoria fanno bene, ma non la salverà riportando i giornali su schermo esattamente così come sono ora”.

Così, giornali su video e video su giornali. Le autostrade dell’informazione si intersecano. A volte anche un po’ goffamente. Ma alla fine il punto è: abbiamo davvero bisogno dei giornali? Non conta forse di più essere informati? Quali sono le nostre priorità? Cosa cerchiamo veramente?

Se la risposta è una informazione obiettiva, puntuale e libera, vale ancora la pena tenere il dibattuto incollato esclusivamente sul duello tra carta e rete?

L’informazione è – e rimarrà sempre – l’unico obiettivo da perseguire.

Il resto, per quanto ora sembri così decisivo, è – e rimarrà sempre – semplicemente un mezzo. Uno strumento. Quello del momento.

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