Perché gli anni Novanta hanno prodotto musica celestiale

Jeff Buckley

Eravamo giovani, dormivamo poco, bevevamo molto. E fumavamo tutti. I locali erano coltri di nebbia. A Roma si girava per bettole sotterranee solo per farsi stordire da amplificatori fracassati. Se si volevano ascoltare gli echi del rock scomparso si andava al “Fonclea” di via Crescenzio e nell’euforia delle note uscite dai repertori fissi dei PiùBestialCheBlues o degli Stormo si poteva arrivare a ballare sui tavoli, oppure quando volevamo fare i puristi, tessera alla mano, ci infilavamo nel salotto asciutto e virile del “Big Mama”, a Trastevere, dove seduti su sedie bassissime ascoltavamo quello che si diceva fosse il vero Blues della capitale. Se poi si voleva vedere “chi c’era” si andava al “Locale” di vicolo del Fico, aperto di fresco (nel 1993 da Andrea Marotti, Giorgio Baldi, seguiti da Alberto Molinari), dove, sul palco, di fronte a un attonito esercito di studentesse fuori sede, suonavano Alex Britti, Nicolò Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri. Ma forse, persi nei nostri sogni più neri, nemmeno ci facevamo caso.

Passavamo da un locale all’altro, salutavamo per nome la barista di turno, uscivamo senza tante chiacchiere, alzavamo il bavero del cappotto e ci infilavamo dentro un maggiolone nero, rumoroso e freddo. Da qui non partivamo senza prima avere infilato una cassetta nella radio. Era di solito malandata e le casse non erano mai decenti. Però da queste usciva musica celestiale. Meravigliosa, terribile, sublime. Cullava il nostro spleen. Anche se alcuni lo chiamavano scazzo (slackness). E a quel ritmo girovagavamo disperati per le vie buie della Capitale, portandoci dietro una inquietudine che ci inghiottiva poco alla volta, consumandoci come una sigaretta lenta, fino alle prime luci del mattino.

Non è solo perché in quegli anni eravamo noi i giovani. Non può essere solo questo. Se “Rolling Stone” in ogni diamine di classifica dei “dischi più belli di tutti i tempi” ci infila sempre qualcosa di quel periodo vorrà dire pure qualcosa. Certo, i Sixties erano stati imbattibili: Beatles & Stones, Beach Boys, Dylan, Hendrix, CSN&Y, Leonard Cohen, Who, VU, Doors, Led Zeppelin, The Band, Aretha Franklin, Otis Redding, Sam Cooke, Marvin Gaye, etc.  Non capiterà mai più. Ma la musica degli anni Novanta, dopo quel decennio, è la stata la prima e l’unica ad averci offerto in così poco tempo così tanti capolavori, regalandoci una di quelle rare combinazioni felici che accadono nella vita.

Perché? Che cosa c’era nell’aria? Come hanno fatto a ritrovarsi, tutti insieme appassionatamente, in un pugno di annate, i Radiohead, i Blur, gli Oasis, i Nirvana, i Pearl Jam e a raccontarci qualcosa che valeva la pena di ascoltare? Certo, a loro si affiancarono Springsteen, gli U2, i Depeche Mode, Bowie, gli Stones, i Cure, Tom Waits, Nick Cave, i R.E.M., Paul Weller, i Red Hot Chili Peppers, etc. ma, seppur magnifici come sempre, non erano marchiati “anninovanta”. Non erano (più) giovani.

Noi sì. E certamente, se quel decennio lo abbiamo respirato a pieni polmoni sarà stato anche perché avevamo in tasca i nostri vent’anni. La sofferenza era uno stato di grazia. Amavamo soffrire. Volevamo essere poetici. Cercavamo nuove forme di romanticismo, lontane dalla melassa degli stereotipi. Più struggenti. La sofferenza era bella. Era cinematografica. Ci portava al centro del palco. E avevamo un bisogno disperato di una nostra colonna sonora. Fino a quel momento non c’era. Eravamo orfani di una musica che ci doveva appartenere (e l’isteria-tecno-ottanta strideva con i nostri umori). Avevamo adottato quella della generazione confinante: a capo c’era una trinità: Bob Dylan, Jimi Hendrix e Led Zeppelin. Ma anche i Doors, naturalmente. Non era notte senza di loro.

Gli anni Ottanta non ci avevano dato una casa. Ci avevano solo stordito, distratto. E anche male. Sintetizzatori, tastiere, batterie elettriche furono poi finalmente scaraventati fuori dalle finestre. Come qualunque altra forma di effetto speciale. Non credevamo nei supereroi. Cercavamo solo noi stessi. E ci ritrovammo partendo dall’asfalto: strofe e ritornelli sostenuti da braccia robuste: basso, chitarra e batteria. Bastava questo. Puntavamo al sodo, senza fronzoli e tecnicismi. Sopra dondolavano incerti testi oscuri, riff ipnotici, voci sofferte, ritornelli rabbiosi. Soffocati per un decennio, ora urlati, spesso primitivi, talvolta stonati. Quei suoni distorti e rumorosi raccontavano tutta la rabbia che avevamo dentro, le nostre vite vissute passivamente, le frustrazioni che non trovavano forma, quella tristezza che tenevamo nascosta perché incapaci di tradurla. E quel disprezzo tutto naif per un mondo che giudicavamo avverso. Ma anche l’ironia, come ultima dea.

Eravamo i non allineati, in conflitto con un sistema stellare, senza rifugio, né conforto. Destinati a espiare inevitabilmente le colpe della troppa euforia che ci aveva preceduto. Ma ancora desiderosi di fare qualcosa. La musica allora (e dopo l’industria), anziché accantonarci, ci mise in scena. Ci impose di ignorare i divismi e di cercare nelle nuove note qualcosa di noi. La nostra rabbia, la nostra timidezza, la nostra apatia e la nostra incoerenza diventarono, in quel momento, rappresentazione. Fu semplice e straordinario. Band che suonavano nei garage di casa presero il posto delle rockstar. Cantavano con le nostre parole. Vivevano la nostra stessa epoca. E si sentivano come ci sentivamo noi. L’esigenza di parlare fu una necessità. E quell’insieme di musicisti in stato di grazia la colse.

Fu l’album “Nevermind” a indicare la via. Per Kurt Cobain fu una dichiarazione d’intenti. Stilisticamente non era complicato. Seguendo la lezione dei Pixies, le canzoni alternavano una strofa calma a un ritornello violento. Il singolo “Smell Like Teen Spirit” (“la canzone migliore di sempre”, almeno per il New Musical Express, la bibbia britannica della musica) divenne l’inno di un esercito che profumava ancora di spirito adolescenziale e che apriva il sipario di flanella delle proprie divise davanti a magliette logore.

Le canzoni degli anni Novanta si popolarono di loser e divennero pagine di un testo sacro di proprietà generazionale. Sul dorso una etichetta necessaria e fastidiosa, sintesi di un’assenza: “X (ma anche Y, Next e Post) Generation”. I Radiohead furono tra i cantori in grado di tradurre in musica tutto questo disagio. A partire dai riff abrasivi di “Creep” (canzone che la BBC giudicò “troppo deprimente”, escludendola dalla sua programmazione, ma che al gruppo avrebbe dato fortuna, distrutto la vita e illuminato il cammino) inno decadente e disperato di una generazione di perdenti ed emarginati, fino agli accordi sospesi e discendenti di “Paranoid Android“, suite dilaniante, toccante e favolosa che riuscì a perforare tutti i nostri cuori, la fusione ultima di tutto quello che aveva squarciato il decennio.

Finalmente con loro ci godemmo la nostra favolosa tristezza e tutto quello che ci era stato nascosto. Non dovevamo più sforzarci di camminare a testa alta. E il verbo più utilizzato nelle canzoni dei losers divenne “strisciare” (“I’m crawling, I don’t know where to or from the center of things from where everything stems, is not where I belong. I have the city sickness growing inside me”, “City Sickness”, Tindersticks). Riproducendo i dolori che opprimevano le nostre anime malate, la musica riusciva finalmente a consolarci. Era una catarsi. E, si sa, nella disperazione a volte è possibile arrivare a produrre cose celestiali. Che, rubando le parole più dolci di Buckley, ci facevano “vedere quello che volevamo vedere ed essere ciò che volevamo essere” (“Liliac Wine”).

Si ritornò al rock. Al caldo rumore della batteria (quella vera). E improvvisamente ci accorgemmo che la nostra esistenza aveva trovato il proprio ritmo. Poteva essere estremo e disperato come “Territorial Pissing” (Nirvana) oppure epico e inesorabile come “Tonight, Tonight” (Smashing Pumpkins). Ma era solo nostro. Ed era grandioso. Eravamo a casa.

Furono quelli gli anni della scena di Seattle (Nirvana, Pearl Jam, The Smashing Pumpkins, Soundgarden) o della battaglia delle band (Blur vs Oasis, ovvero “Girls and Boys” vs “Wonderwall”) sulla quale scia (naturalmente brit) viaggiavano felici Pulp, Sterephonics, Cornershop, Travis, The Verve e Placebo.  Ma anche l’indie rock dei Pavement, l’acid jazz di Jamiroquai, l’alternative rock dei Fun Lovin’ Criminals, il pop punk di Offsprings, Green Day, blink-182, il clit rock di Skunk Anansie, il trip pop di Morcheeba, Portishead e Massive Attack. E poi Bush, Dave Matthews Band, Cranberries, Alanis Morrisette e naturalmente Beck, il cantore di “Loser”. Modi differenti di trattare la stessa materia. Ma chiunque in quegli anni sembrava toccato dagli dei. Persino le sonorità off-topic, quelle più elettriche: i ritmi suadenti e ipnotici di Air e Moby o gli scatenati big beat di Chemical Brothers, Fat Boy Slim, Prodigy, Pepe DeLuxé e Apollo 440.

“Crooked Rain, Crooked Rain”, orecchiabile fino all’ipocrisia, fu il salmo umorale della nostra crisi. Un affresco sarcastico che, riconoscendoci, ci salvò. I Pavement senza volerlo, senza saperlo, se ne fecero portavoci. Con l’ironia lo-fi che mancava agli altri, un bel po’ di arroganza e tanto talento.

Nessuno però si avvicinò a Dio più di Jeff Buckley. Se i Tindersticks, alternando passaggi intimi ad aperture orchestrali, riuscirono a rendere tutta la malinconia crepuscolare di quei tempi, lui si guadagnò l’eternità con un solo album, “Grace” (che Jimmy Page definì “il mio disco preferito del decennio”), prima che gli angeli lo sollevassero dai gorgi del Mississippi. Le loro canzoni furono i viaggi più caldi e romantici che attraversarono i sotterranei delle nostre anime.

Fu come se improvvisamente fossimo passati dal prato di Woodstock a casa nostra. Come se tutta quella sbornia edonistica degli anni Ottanta, cadenzata da ritmi meccanici, suoni metallici e testi inutili, non ci fosse mai stata. Una continuità naturale, spontanea che spogliò l’onda di protesta del Greenwich Village riducendola a una ribellione intimistica (eravamo minimalisti, ora), onirica, visionaria (di mezzo c’erano stati Lou Reed, Bowie e i Pink Floyd) non ancora del tutto disincantata, talvolta ermetica. Sicuramente rabbiosa.

Ecco, quell’essere a un passo dal disincanto, dal tracollo, dalla disperazione più nera rendeva luccicante l’esistenza di uno spiraglio di speranza. Una possibilità di farcela.

Quella possibilità che poi ci è stata tolta definitivamente. Chiudendo le porte alle attese, a una generazione che aveva saputo essere giovane (l’ultima che aveva osato sognare) e alla stagione più bella che la musica avesse avuto negli ultimi quarant’anni.

Durò l’arco di una giovinezza. Poi sbiadì. Coincise tutto. La nostra età adulta, la crisi globale, l’avvento di Internet, il progressivo avvilimento degli oggetti, la perdita della tangibilità, la fine dei desideri, la morte della cultura, il bombardamento delle immagini. Tutto nel giro di una manciata di anni.

Se è stato un bene o un male non lo posso dire. So che tutto questo ha sepolto l’eroica poesia della nostra generazione. Quella che urlava di notte alle cabine del telefono, che macinava chilometri in macchina a colpi di ““Mellon Collie and the Infinite Sadness”, che aspettava per settimane l’arrivo di un disco, che sognava con i colori di Kieslowski o che guardava una giocata di Roberto Baggio con la consapevolezza che non l’avrebbe mai più rivista. Ogni cosa era unica, imperdibile, spesso inafferrabile. Questo rendeva la vita diversa: intima, irripetibile, a volte malinconica, sicuramente struggente. E quella era l’unica musica che poteva esistere. E andava ascoltata allora.

“Qualcuno un giorno dirà che ciò che è stato perso non potrà essere salvato” (Smashing Pumpkins). Forse perché eravamo pallottole con le ali di farfalla e, malgrado tutta la nostra rabbia, eravamo stati solo dei topi in gabbia.

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