La dolce vita

Bisogna ripescare l’eterno dilemma dell’uovo e della gallina per raccontare la genesi del Film dei film. Fu Fellini a inventare la Dolce vita o questa a ispirare il regista?

La disputa è rimasta sempre aperta fin dal 1960, anno di uscita del film, giacché il quesito, pur nella sua dicotomica semplicità, si ingarbuglia fino a perdersi di fronte a un fenomeno così complesso e sfaccettato come quello della via Veneto dei paparazzi.

Certi però sono una serie di episodi, storici, per così dire, documentati dalla cronaca, perlopiù rosa, di quegli anni. Certo, ad esempio, è che Pierluigi Praturlon, tra i primi fotoreporter a lavorare in via Veneto, professionista serissimo e conoscitore di ben cinque lingue (doti che gli avevano permesso di raggiungere la posizione di fotografo personale di Audrey Hepburn, Kim Novak, Frank Sinatra e molti altri), in una notte dell’estate del ’57 tornava dall’Helio Cabala di Marino, un locale di moda dei Castelli Romani, in compagnia di Anita Ekberg. Giunto in città, si accorse che la diva del momento aveva una leggera ferita ad un piede. Pratrurlon allora cavallerescamente fermò l’automobile accanto a Fontana di Trevi. In un attimo la giunonica vichinga si trovò a guazzare fin nel centro della fontana. Il cavaliere allora tornò a vestire i panni del fotografo, girò l’automobile e, illuminando l’attrice con i fari, riprese quel bagno estemporaneo di mezzanotte. Le immagini apparvero alcuni giorni più tardi sul “Tempo illustrato”.

Quel servizio, unito agli infiniti racconti di alterchi tra le agguerrite star e gli spavaldi fotoreporter, convinse Federico Fellini, Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano che era arrivato il momento di raccontare tutto in un film. Così una mattina dell’agosto del 1958, complice la De Laurentis, Praturlon e con lui tutti i fotografi che lavoravano alla cronaca mondana, tra cui Carlo Bavagnoli, Sandro Vespasiani, Ezio Vitale, Guglielmo Coluzzi e Tazio Secchiamoli, vennero invitati a una cena con il Maestro in persona. Scopo della serata: conoscere i fotoreporter di Via Veneto, le loro storie, i loro aneddoti, i loro trucchi. Secchiaroli divenne il consulente principe del regista e arrivò addirittura a lavorare per lui su commissione.

Ne venne fuori un film a tappe che, come tutti sanno, entrò subito nel mito: la statua del Cristo che vola sopra i tetti dell’Acquedotto Felice e arriva a San Pietro; la taverna di Via Veneto dove troviamo Marcello; l’incontro con Maddalena;  quello con la prostituta a Piazza del Popolo; l’arrivo a Ciampino della diva Sylvia che, poco dopo, all’Hotel Excelsior tiene la sua conferenza stampa prima di salire vorticosamente le scale della Cupola di San Pietro; la serata che inizia al Ristorante Domus Aurea, prosegue nei vicoli di Trastevere e termina a Fontana di Trevi; l’incontro mattutino di Marcello all’Eur con l’amico Steiner e ancora vagabondaggi tra i locali di via Veneto e le feste nelle ville fuori Roma. L’ultima vedrà Marcello terminare il suo “viaggio” sulla spiaggia di Fregene, dove, in uno dei più bei finali di tutti i tempi, non riuscirà a udire le parole di una fanciulla dal viso d’angelo.

Fu fischiato alla prima milanese ma vinse la Palma d’Oro a Cannes (destino che condivise con il contemporaneo “L’Avventura”), l’Oscar per i costumi di Gherardi e venne inserito nei dieci film più importanti di sempre. Ma “La dolce vita” produsse un effetto indotto. Il successo del film  costituì il momento d’avvio di fenomeno sociale già accaduto altrove in altre epoche. Da una parte i veri protagonisti della dolce vita, divi, sovrani e vip, finirono col disertare una via Veneto divenuta infrequentabile, dall’altra la strada nel giro di pochi mesi  si popolò di personaggi avidi di facili glorie. Tutti, da ogni parte, volevano vedere ma, soprattutto, esserci. Tutto divenne maniera. E di conseguenza tutto finì.

E il quesito dell’uovo e della gallina? La verità fu nel mezzo. Fellini trasformò, re-inventò, deformò, ricostruì (splendidamente a Cinecittà) una via Veneto quotidiana e affascinante ma inesistente nella realtà. Eppure riuscì a fare della sua personalissima immaginazione la  memoria storica di quel periodo.

 

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