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La dolce vita degli anni Cinquanta

22 agosto 2010 | Di Marco Panella | Commenta

La passione tra Ingrid Bergman e Roberto Rossellini, quella di Vittorio Gassman per Anna Maria Ferrero, o di Lucia Bosè per il torero Luis Miguel Dominguin e di Maria Callas per l’armatore greco Aristotele Onassis. La guerra è finita da poco e la gente vuole sognare. Nella nascente società dell’immagine, il cinema, gli amori, i vizi e gli scandali dei divi vengono seguiti con passione sui rotocalchi. Nasce la Cafè-Society, con riti, caratteri e personaggi che Fellini racconterà ne La Dolce Vita. Fascino, bellezza, divismo, celebrità e pettegolezzo entrano così nel quotidiano, che oggi viene raccontato nella mostra “La Dolce Vita. 1950-1960”, curata da Marco Panella, supportata da Zètema e ospitata dai Mercati di Traiano di Roma.

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di Marco Panella

Una ragazza occhieggia e sorride affacciata da un balcone. E’ il 1946 e la copertina del settimanale Tempo non lascia dubbi: anche in via Veneto la guerra è finita.

La vera sorpresa è leggere, oltre sessant’anni dopo, Paolo Monelli raccontare nel suo articolo le vocazioni di una strada che ha appena ricominciato a vivere…piccolo mondo fuori dal corso del tempo, dove …le ore sono al rallentatore, odorose di brillantina, vissute a tempo di carrozzella e persino l’asfalto ha un suo particolare luccichio, come se un parrucchiere gli avesse fatto lo shampooing…la polvere sembra di cipria e rimmel…e nei caffè non ci si va solo a prendere l’aperitivo ma anche a mostrare i propri vestiti…al bar si parla di quanto è accaduto la sera prima e di quanto forse accadrà la sera dopo…importanti discorsi tra un vermut-gin e l’altro.

Non è ancora tempo di dolce vita, eppure è tutta qui, in un’anteprima passata inosservata, preziosa come una dichiarazione all’amore che verrà, il prossimo, quello buono che non ti lascerà per tutta la vita.

Qualche anno dopo, nel 1950, Epoca, altro rotocalco che avrà grande successo, arriva in edicola e dedica la sua prima copertina a Liliana. Ragazza italiana, che vende gelati da Motta in piazza Duomo a Milano, ogni giorno è in pausa dall’una alle cinque e ha la domenica libera.

Con grande intuizione, la sua copertina Epoca la dedica a una ragazza come tante, una delle tante che sul quel giornale, leggendo di divi, fidanzamenti o matrimoni famosi sognerà una vita migliore anche per lei.

I sogni, nel 1950, hanno il costo di cento lire, il biglietto per uno spettacolo al cinematografo, che ancora non si abbrevia in cinema. E l’Italia che sogna al cinema, segue vita, amori e scandali di divi e aspiranti tali sui rotocalchi, fenomeno editoriale in un Paese che compra pochissimi libri ma che, a metà anni cinquanta, ogni settimana fa vendere un milione di copie ad Oggi e cinquecentomila ad Epoca. I rotocalchi, prima ancora della televisione che arriverà nel 1954, amplificano la realtà, spesso la costruiscono, sicuramente rendono più vicina quella inarrivabile del divo del momento, di cui scompongono la vita in gioie e dolori, rivalità e pruderie proibite.

Al censimento del 1951 l’Italia è ancora un Paese dove ventisette milioni di persone, su una popolazione di quarantasette milioni, parlano solo il dialetto ed oltre sei milioni sono gli analfabeti. Quarantadue italiani su cento lavorano in agricoltura, mediamente si mangia un chilo di carne al mese e solo due italiani su cento hanno i denti sani; i dentisti sono uno su quindicimila contro uno ogni millecinquecento della Germania. Sempre nel 1951 si vendono tre milioni di dischi, inizia il Festival di Sanremo, Nilla Pizzi vince la prima edizione con Grazie dei fior e la seconda con Vola colomba : nel 1958 di dischi se ne venderanno diciotto milioni. Il caffè è ancora un lusso, sostituito il più delle volte da surrogati come la Miscela Leone o la Miscela Frank e la nostra industria produce solo diciottomilacinquecento frigoriferi l’anno.

Il risparmio è un valore in questo Paese, il tempo grigio della fame e delle rinunce è ancora troppo vicino per perderne le abitudini: un’indagine Doxa del 1953 ci dice che 92 italiani su 100, anche se il loro stipendio aumenta, non sono disposti a spendere di più per vestire meglio. Possiamo rinunciare a molto, in questo 1953, ma non al cinema: abbiamo una sala ogni 33.000 abitanti, secondi solo alla Svezia con la quale però non c’è paragone per densità di popolazione, e per vedere film in prima, seconda o terza visione, spendiamo 93 miliardi di lire.


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