L’infernale Quinlan e quel magistrale piano sequenza

Una bomba a orologeria, un’ombra che aziona il timer. Una coppia sullo sfondo: lui ciccione, lei sgualdrina. Il potere e la merce, lo si capisce subito. Ridono i due, sono sbronzi. L’ombra infila la bomba dentro un bagagliaio. Parte la musica di Henry Mancini a ritmo di timer. La coppia entra nell’automobile. Parte la macchina e insieme ad essa i titoli di testa.

La macchina va, va e va. La vita tutta intorno scorre, e così il traffico, i vigili e i passanti. Tra di loro un’altra coppia, si vede subito che sono i buoni (lui ha la faccia calda di Heston, lei è la Leigh che, due anni dopo, “morirà” accoltellata sotto la doccia più famosa del cinema). La macchina li affianca, finché poi si ferma. E’ la frontiera. I quattro sono lì e la bomba è in mezzo a loro. Il tempo di passare il controllo e l’auto schizza fuori dall’inquadratura. Heston prende tra le braccia la moglie, la bacia e … Boom! Pazzesco.

E’ il piano sequenza più impressionante della storia del cinema. L’incipit indimenticabile de “L’infernale Quinlan”, opera maledetta di Orson Welles dilaniata dagli studios (titolo originale “Touch of Evil”, sì Wilson, il triste oncologo del  Dottor House, ha il poster del film dietro la sua scrivania, insieme a quello di “Vertigo”), che in una sola notte di riprese si è guadagnato l’immortalità.

Ecco come andarono le cose. Durante l’inverno del 1956, Charlton Heston fu chiamato alla Universal per un film. Dopo aver dato una letta al copione disse: “E’ abbastanza buono, solo che per i polizieschi tutto dipende da chi li gira”. Così chiese chi era il regista, ma i produttori non avevano ancora un nome. “Avete mai visto un film di Orson Welles? – chiese allora Heston – lui sì che è un regista!”.

Erano dieci anni che Welles non girava ad a Holywood, perciò quelli della Universal al momento rimasero perplessi. Dopo qualche giorno però lo richiamarono dicendogli: “Charlton, it’s a good idea!”.

Certo che fu una buona idea. Mister Welles riscrisse in 17 giorni quel copione tratto da un misero romanzetto di serie B (firmato da Whit Masterson), lo girò da dio nell’arco di poco più di un mese, si cucì addosso la parte di un personaggio epico, titanico, insopportabile, eppure dotato di un fiuto infallibile (l’infernale Quinlan, per l’appunto) e lo trasformò in un’opera d’arte indiscutibile.

Ma nel luglio del ’57, dopo aver assistito alla prima proiezione di Welles, la produzione gli impedì di portare a termine il montaggio. Inutile recriminare, il film l’avrebbe ultimato un altro regista, Harry Keller. E sarebbe stato rimontato.

Fu a quel punto che Orson Welles passò una notte insonne a compilare fogli colmi di rabbia. 58 pagine lucide e illuminate che rimasero in un cassetto fino a pochi anni fa.

Quarant’anni dopo, infatti, le ritrovarono due americani (il cui nome forse non vi dirà molto, Rick Schmidlin, di professione produttore, e Walter Murch, montatore cinematografico). Entrambi si misero in testa di riportare “L’infernale Quinlan” all’originario splendore seguendo le dettagliatissime istruzioni che il regista scrisse, su quel prezioso promemoria, la notte successiva al massacro dell’opera.

Risultato: 50 modifiche e 19 minuti in più di girato firmato Welles.

Inutile ora raccontare la storia. Guardatela. E godete. Perché nessuno gira come Orson Welles. Andatevi a cercare la nuova versione, non ve ne pentirete. Troverete il montaggio alternato voluto da Welles ma giudicato all’epoca incomprensibile.

E soprattutto rivedrete finalmente quel piano sequenza iniziale spogliato dei titoli di testa. Non staccategli occhi di dosso: solo per quei 3 minuti e 34 secondi di  movimenti di macchina non vi dimenticherete mai di questo film.

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