Jurassic Park: così nacque l’idea del film

Una volta Wim Wenders riunì i migliori cineasti di tutti i tempi in una stanza d’albergo. Li fece mettere, uno alla volta, di fronte alla macchina da presa e chiese loro qualcosa sul cinema. C’erano Antonioni, Godard, Herzog, Fassbinder e un mucchio di altri giganti.

Ognuno di loro parlava quanto voleva, nella lingua che preferiva, sull’argomento che più l’appassionava. Alla fine del proprio discorso ogni regista doveva avvicinarsi alla macchina da presa, che era fissata su un cavalletto, e spegnerla.

Tutti quanti seguirono, con più o meno imbarazzo, questa particolare procedura. Tra di loro c’era naturalmente Steven Spielberg. Parlò di cinema, del cinema, del suo cinema. Parlò semplicemente, senza tanti fronzoli, come sanno fare gli americani. Parlò senza preoccuparsi più di tanto del fatto che era circondato da autori-impegnati-intelletuali-europei. Disse francamente che per lui il cinema era intrattenimento e che in nome di ciò doveva semplicemente fare film per tutti. Spiegò come non avesse senso fare un film che poi non viene visto da nessuno. Fece capire come “Lo squalo” potesse funzionare con un bambino e con il padre che l’accompagnava, allo stesso tempo. Poi sorrise dietro quella sua simpatica barbetta, si avvicinò alla macchina e, come tutti, la spense. Era il 1982.

Qualche anno dopo, nell’autunno del 1989, Spielberg stava lavorando con Michael Crichton a un progetto che sarebbe poi diventato la serie televisiva “E.R. – Medici in prima linea”, quando lo scrittore gli confidò che gli stava girando per la testa una storia di dinosauri. Crichton pensava inizialmente alla vicenda di uno studente universitario che riesce a ricreare dei dinosauri. Scartata l’idea, scelse di legare il fascino dei dinosauri alla clonazione. Fu cosi che iniziò a scrivere il libro “Jurassic Park”.

L’anno seguente, prima che il libro venisse pubblicato, Crichton, alle case produttrici cinematografiche che puntavano ad ottenerne i diritti, chiese un milione e mezzo di dollari – non trattabili – oltre a una sostanziale percentuale sugli incassi del film. Tra le major interessate c’erano la Warner Bros (con Tim Burton alla regia), la Columbia Pictures (con Richard Donner) e la Fox (con Joe Dante). Tra i tre litiganti la spuntò la Universal che schierava il fautore dell’operazione, Steven Spielberg, dietro la macchina da presa. La Universal diede a Crichton ulteriori $500,000 per realizzare un primo adattamento del romanzo, cosi Spielberg ebbe il tempo necessario per terminare le riprese di Hook – Capitan Uncino.

Quando arrivò il tempo del film Spielberg fece le cose in grande. Il regista assunse Stan Winston per creare gli animatronic dei dinosauri, Phil Tippett per progettare dinosauri in go motion per le riprese a campo lungo, Michael Lantieri come supervisore degli effetti speciali sul set e Dennis Muren per la realizzazione digitale. Gli animatori Mark Dippe e Steve Williams vennero incaricati di creare al computer un sistema per fare camminare lo scheletro del T-Rex mentre il paleontologo Jack Horner supervisionò la rappresentazione delle creature per renderli verosimili piuttosto che mostri.

Quell’enorme giocattolone rappresentò perfettamente l’idea ultima dell’entertainment spielberghiano. Costò 100 miliardi e ne incassò almeno 2000. Una cinquantina di scene furono girate, nell’arco di un anno e mezzo, in computer graphics.

Ma un film è un racconto che ha le sue regole e le sue imposizioni. Se poi ci si va a imbarcare in film fantastici le regole alla fine sono paradossalmente più rigide. La prima cosa che si insegna a uno sceneggiatore è la credibilità, anche se la storia è irreale o, come in questo caso, improbabile (nonostante, guarda caso, due giorni prima dell’uscita del film, apparve in prima pagina sul “New York Times” la notizia del rinvenimento del Dna di un curculionide dell’epoca dei dinosauri). La fantasia al servizio dello spettacolo richiede la conoscenza di regole di prim’ordine che, tra l’altro, Spielberg conosceva già a menadito.

Sembrò incomprensibile quindi l’uso sconclusionato che ne fece. Il suo prodotto fu contraddittorio, inconsistente e avvilente. La pellicola si ridusse a essere solo un luna park, in cui è d’obbligo pagare per stupirsi e stupire per farsi pagare. Tutto era apparenza e niente più. Nonostante la stupefacente perfezione degli effetti speciali la critica cantò il prosciugamento della straordinaria vena poetica del regista di “Lo squalo”, “E.T.”, “Incontri ravvicinati del terzo tipo” e “I predatori dell’arca perduta”: “Se Jurassjc Park è un film fallito – scrisse Roberto Escobar su “Il Sole-24 ore” non lo si deve al grado di verosimiglianza o inverosimiglianza delle sue “creature”, né al grado di fedeltà o infedeltà al testo di Michael Crichton… Non c’è traccia di poetica d’autore, nella sua gran giostra spettacolare … Questa è la vera catastrofe di Jurassic Park”.

Per questo guardandolo non si poté fare a meno di essere colpiti da una sindrome da parco giochi. Proprio come al luna park o a una fiera o ancora al circo. Luoghi che non richiedono l’uso del cervello ma che esigono solo il loro consumo. E null’altro.

Naturale quindi che i tre Oscar che ricevette nel 1993 fossero andati agli “inganni” (sonoro, effetti sonori, effetti speciali) e non al resto.

Ma la storia prosegue (al di là dell’inevitabile sequel che verrà girato in seguito, “Il mondo perduto”) con il suo doveroso contorno. Completato “Hook – Capitan Uncino”, Spielberg aveva in mente solo “Schindler’s List”. Ma Sid Sheinberg, presidente della Music Corporation of America, proprietaria dell’ Universal Pictures, gli avrebbe dato via libera ad una sola condizione: Il regista avrebbe dovuto prima realizzare “Jurassic Park”.  E così andò. “Egli sapeva – raccontò Spielberg in seguito riferendosi a Sheinberg – che una volta che avessi diretto Schindler non sarei più stato in grado di girare Jurassic Park.”

Così, uscito dal parco, il regista passò dai dinosauri all’olocausto. E se vi chiedete chi vinse le statuette importanti nella medesima notte degli Oscar ora sapete la risposta.

La serata del 21 marzo 1994, al Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles, fu, in un modo o nell’altro, quella che permise a Spielberg di raggiungere la totale consacrazione come regista: nella stessa premiazione le sue due anime ricevettero il massimo riconoscimento dell’Academy. Ai suoi due film andarono un totale di 10 Oscar: ai 3 per Jurassic Park si aggiunsero così i 7 per Schindler’s List: Film, Regia, Montaggio, Fotografia, Sceneggiatura, Scenografia e Musica. Prese tutto lui. Il cinema come intrattenimento aveva vinto ancora. E Spielberg aveva avuto ragione. Perché sia i dinosauri che l’olocausto funzionavano – “con i bambini e con i genitori” – esattamente come aveva spiegato dodici anni prima in quella camera d’albergo. Questione di coerenza, di tecnica e di talento.
In una parola: Entertainment.

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