Dove si nasconde il vero segreto di Masha e Orso

È una mattina perfetta dell’estate del 1996. Il mare è una tavola, l’aria è fresca, il sole alto. Riscaldati dai suoi raggi i bagnanti di una spiaggia della Crimea oziano placidamente sui loro lettini. All’improvviso la loro attenzione viene calamitata da una bambina irrequieta. La piccola sta iniziando a perseguitare i villeggianti ucraini a lei confinanti: “Mi insegni a giocare a scacchi?”, “Mi presti le tue pinne?”, “Posso leggere il tuo giornale?”. Nei giorni successivi tutti i vacanzieri, genitori compresi, cercano disperatamente di nascondersi, seppellendosi nella sabbia o fingendosi addormentati. Ma ogni tentativo si rivela inutile. La bimba pestifera corre a svegliarli. O a dissotterrarli. Gli unici che riescono a rimanere sepolti sono i ricordi di uno dei villeggianti. Appartengono a Oleg Kuzovkov, un animatore venuto al mondo in piena guerra fredda (il 22 ottobre 1960, poche ore prima della catastrofe di Nedelin, nella più vecchia base di lancio del mondo). Oltre dieci anni dopo, divenuto direttore artistico di Animaccord, un piccolo studio inghiottito dalla periferia settentrionale di Mosca, è alla ricerca di una personalità da conferire alla bimba di un nuovo cartone. L’idea insegue nella memoria quella piccola sagoma già pronta e il ricordo trova finalmente una forma.

Così, nel 2009, è nata la protagonista di “Masha e Orso”, la serie animata creata da Kuzovkov insieme a Andrei Dobrunov e Dmitry Loveiko. “L’ho immaginata basata su eventi della vita reale – ha raccontato più volte il suo autore – presentati al pubblico in maniera un po’ più esagerata. Tutte le storie degli episodi ruotano attorno a ciò che ogni famiglia vive ogni giorno e sento di non aver inventato poi tanto”. L’idea per la serie è derivata anche dal proposito di mostrare un nuovo rapporto tra adulti e bambini “non in maniera didattica – spiega il regista del progetto, Denis Chervyatsov – ma in forma comica in modo che tutti gli spettatori possano capire i sentimenti sperimentati dai personaggi”. Per questo i creatori prendono spunto dalla loro vita personale: “La maggior parte di noi ha figli – prosegue Chervyatsov – e sia gli sceneggiatori che gli animatori copiano il comportamento dei propri bambini”.

La storia originale

La base del materiale al quale Kuzorov ha attinto è tratta però dal folklore russo, da una di quelle favole archiviate da Afanas’ev e sezionate da Vladimir Propp. Un pedigree di rilievo dal quale però il cartone volutamente si allontana. La storia della fiaba è nota. Una bimba, disubbidendo alle raccomandazioni dei nonni, si addentra nel bosco e si perde. Trova riparo in una rassicurante casetta abitata da un temibile orso che la costringe a vivere con lui, obbligandola a occuparsi delle faccende domestiche. Un giorno la piccola gli chiede il permesso di portare da mangiare ai suoi nonni, ma l’orso, divenuto ormai suo tutore, le nega il consenso perché troppo pericoloso. Si offre pertanto lui di consegnare il cestino ai suoi cari a patto di non mangiarne le pietanze durante il viaggio. Riuscita a nascondersi nel cestino, una volta arrivata a destinazione, la bimba sbuca fuori liberandosi dalla schiavitù. Fin qui la fiaba popolare. Che celebra l’astuzia di Davide contro Golia. Negli anni la storia ha subito una quantità innumerevole di rifacimenti (compresi quelli televisivi firmati Soyuzmultfilm), alcuni dei quali hanno perseguito il filone dell’amicizia tra l’orso e la bimba. Saranno proprio questi i riferimenti principali che ispireranno lo studio moscovita Animaccord. La loro “Masha e Orso” porta all’estremo il capovolgimento dei rapporti di forza: “Facciamo subire a Orso le angherie della pestifera Masha. L’effetto comico sarà assicurato!”.

Alla ricerca della qualità

Lo studio Animaccord venne allestito, nel 2008, appositamente per il progetto Masha and the Bear. Loveyko conosceva Sergej Kouzmin dai tempi della Novosibirsk State University, negli anni Novanta. Insieme accettarono l’idea dell’animatore Oleg Kuzovkov di adattare le storie tradizionali russe di Masha e del suo Orso a un mondo presente tra televisori e telefoni. L’entusiasmo era alto ma l’aspettativa molto incerta. L’impresa era una gigantesca incognita, loro una piccolissima realtà. L’unica cosa certa era che avevano già l’intero progetto di serie e otto script pronti. Fortunatamente gli investitori sarebbero stati disposti ad aspettare le proiezioni di cinque anni prima di raggiungere il break-even e altri due studi di animazione russi si sarebbero assunti tutti gli oneri tecnici della produzione. Tuttavia, sei mesi dopo la partenza, gli autori capirono che, sebbene buona, non era questa la situazione migliore per produrre la serie. Così decisero di accorpare l’intero ciclo produttivo in un solo studio, il loro. Paradossalmente la crisi economica del 2008 li aiutò: molti studi erano stati costretti a chiudere e il progetto Masha e Orso poté così reclutare una squadra altamente professionale di tecnici che altrimenti sarebbero stati a spasso.

Pronti gli script e creata la squadra, bisognava pensare a come realizzare la serie. L’obiettivo fu subito chiaro: per avere qualche possibilità bisognava superare il livello medio delle serie a cartoni presenti in Russia in quel momento. “Dobbiamo cercare di fare per l’animazione televisiva quello che Pixar Animation Studios e DreamWorks Animation stanno facendo per il grande schermo”. I creatori optarono quindi per un prodotto di alta qualità con una animazione 3D molto dettagliata.  Per ottenerla iniziarono a usare i software della Pixar e di Autodesk, ma anche a sviluppare dei propri programmi per rendere al meglio tutte le immagini naturali, come l’acqua, la pelliccia dell’orso e la neve. Con queste premesse riuscirono a raggiungere un livello di qualità eccezionale: il lavoro su texture, fondali, luci e materiali era ben al di sopra della media (risultati frutto di competenze altamente specialistiche, più vicini a quelli di “Topo Tip” dello Studio Bozzetto, lontanissimi da altri prodotti nostrani, i “Mini Cuccioli”, ad esempio, nonostante l’ammirevole intento pedagogico sono frutto di una restrittiva conduzione familiare essendo scritti, diretti, prodotti e addirittura musicati dai fratelli Manfio). Tutto questo però richiedeva molto tempo e molti investimenti: per i primi 52 episodi furono necessari sette anni di lavoro (operando contemporaneamente su più storie alla volta). Una impresa meticolosa che ruba tempo e denaro: sei mesi e duecentocinquantamila dollari per i sette minuti di ciascun episodio dotati di un’animazione 3D CGI di altissima qualità, musiche originali e canzoni. “È molto costoso produrre uno show di questa qualità – ammette Kuzovkov – ma non abbiamo voluto piegarci alla quantità. Ci sono troppe serie con una grafica primitiva, anche se buoni, e una lista infinita di episodi rilasciati ogni mese. Ma quanti episodi di Tom & Jerry sono stati rilasciati ogni anno? Non molti, giusto? Ma ognuno di essi viene visto e rivisto quasi religiosamente”. La scommessa è dunque riuscita. Merito anche del formato vincente: sette minuti che non stancano mai, perfetti da veicolare su YouTube. Animaccord ha deciso di non combattere la pirateria: “Perché contribuisce a diffondere il brand”. Lo studio oggi conta centotrenta dipendenti (ottanta impegnati nella produzione e cinquanta nell’amministrazione)

 

Orso e Masha

La riscrittura moderna della celebre fiaba, densa di richiami alla tradizione russa, gravita sempre attorno ai due personaggi.

Orso è stato l’acrobata di un circo, è amico di Tigre, ex collega circense, ha adottato un pinguino, è il protettore di un panda, è innamorato di un’orsa, sa fare le magie, suonare il pianoforte, cucinare, lavare, stirare, cucire vestiti su misura, fare le parole crociate, progettare una macchina del tempo, scrivere una sceneggiatura, costruire un campo da tennis, giocare a scacchi, allevare api, pescare. E, naturalmente, è un fantastico giocoliere. Non sappiamo quanti anni abbia, tuttavia percepiamo che si trovi nella seconda stagione della sua esistenza. Dopo una vita in giro per il mondo, ora finalmente ha il tempo per dedicarsi a se stesso. Vuole solo riposarsi e dedicarsi alle sue passioni: la pesca, le parole crociate, la cucina e gli scacchi. Nulla di più.

Masha è una bimba che abita nella casa cantoniera sul ciglio di una ferrovia. Curiosa, insistente, audace, testarda, maldestra e affettuosa, dopo aver tartassato tutti gli animali dell’aia sotto casa, oltrepassa i binari della ferrovia, supera il confine protetto del suo mondo per attraversare il bosco. Supera così le sue colonne d’Ercole, attraversa un campo di grano ed entra nella foresta. Orso sta bevendo il tè prima di andare a pescare. Quando torna la trova intenta a saltare nel letto. È il loro primo incontro/scontro. L’inizio del ribaltamento dell’ordine delle cose (come accade a Shrek). Orso la rispedisce di forza nel bosco, ma di notte, preoccupato per le sue sorti, torna a cercala (in una sequenza che verrà citata alla lettera in “Un amico a strisce”, ep.20, in cui è la Tigre a perdersi). La sera Orso torna nella sua camera. Ma è qui che scatta la scintilla: il grosso animale salta, felice, sul letto scoprendo così il piacere di divertirsi come un bambino. Non è solo un happy end, ma una postilla che fornisce la vera chiave di lettura. È in quel salto che i due mondi finalmente si avvicinano. Anche se la dinamica ricomincia ogni volta, in ogni episodio. Storia dopo storia, di fronte alla continua violazione dei suoi progetti, dei suoi tempi e del suo spazio (“Orso prenderò un pesce?  Quando prenderò un pesce? Che pesce prenderò? Perché non prendo un pesce?”), Orso tenta disperatamente di porre resistenza, ma alla fine deve sempre cedere: assecondare Masha diventa l’unico modo per potersi liberare dalle sue insistenze e proprio in quel momento ritrova “quel che non si fa più”: le sue straordinarie abilità, il suo umorismo, la sua socialità. In una parola la vita vissuta, quella che stava rischiando di mandare in pensione per far posto al suo riposo. Il salto sul letto diventa così, fin dal primo episodio, il simbolo del suo ritorno alla vita.

È proprio questo “rapporto verticale” a rendere unica la storia. Orso enorme e adulto, Masha piccolina e bambina. Due eccessi che si incontrano. Come genitori e figli. “Affrontiamo il rapporto tra adulto e bambino con umorismo – spiega il regista – così diventa comprensibile a tutti”. Orso non è inetto come Homer Simpson, pigro come Peter Griffin o maldestro come Papà Pig. È talentuoso, paziente e premuroso. Un papà ideale. Una delle chiavi di lettura è esplicitata in “Non è facile essere piccoli” (ep. 35), la puntata più corale della serie, dove ciascun personaggio, Orso compreso, rievoca il suo rapporto con il genitore, per migliorarsi. E Lovejko aggiunge una postilla pedagogica: “Il nostro cartone deve far capire al bambino che l’adulto non ha una vita facile e all’adulto che il bambino ha bisogno di attenzioni. La nostra missione è l’armonizzazione delle famiglie”.

Numeri, successo e riconoscimenti

È con questi ingredienti che “Masha e Orso” è diventato il prodotto russo più popolare al mondo. Più di Stravinskij, del petrolio, della Smirnoff, di “Guerra e Pace” e del caviale. Viene venduto in 120 Paesi ed è l’unico cartone ad aver battuto l’ambito record di un miliardo di visualizzazioni su YouTube. “L’Antartica è probabilmente l’unico posto in cui non ci troviamo – gongola ora Dmitry Loveiko, amministratore delegato di Animaccord Animation Studio – e anche gli spettatori del Nord Africa ci conoscono”. Non è un’affermazione campata per aria. Basti pensare che l’episodio Masha + Kasha (“Masha e il porridge”) è stato visto 1,5 miliardi di volte su YouTube. “Masha e Orso” è stato tradotto in 25 lingue e in più di cento paesi. Un canale YouTube in lingua inglese, introdotto nel settembre 2014, ha raccolto in pochi mesi più di 240 milioni di viste. Social Blade stima che la serie guadagni fino a 1,5 milioni di dollari al mese dalla pubblicità su YouTube. I veri introiti, però, provengono dalle licenze e ammontano a circa due terzi dei ricavi (300 milioni di dollari, circa 15 milioni di dollari di profitto). Negli Stati Uniti i diritti sono stati acquistati da Netflix. Nel 2014, la confetteria italiana Ferrero ha venduto 37 milioni di cioccolata con Masha e Orso sull’etichetta in Russia. Danone, in Ucraina, ha venduto 33 milioni di yogurt in licenza. Burger King ha offerto un menu per bambini con marchio Masha in Russia e la tedesca Simba Dickie ha presentato giocattoli, abbigliamento, zaini e peluche dei personaggi: “Ha un grande potenziale – ha spiegato Michael Sieber, amministratore delegato – non sarà solo un trend breve, ma una storia di lunga durata”.

Ma oltre al merchandising e al riconoscimento del pubblico, Animaccord ha conquistato anche il rispetto professionale. Nel 2015 Masha e l’orso ha vinto il premio Kidscreen, l’Oscar dell’animazione – per la migliore serie animata. Animaccord era ormai alla pari con Cartoon Network Studios e DreamWorks Animation Television. Persino educatori e psicologi si schierano a favore di un cartone che reputano educativo. “Finalmente una bambina imperfetta – esulta Caterina Stolfa, psicologa dello sviluppo e dell’educazione, esperta in Psicologia Scolastica e Disturbi dell’Apprendimento – che non si preoccupa di essere quel che non è. Chiede, pretende e ottiene la protezione di Orso, una figura paterna, a volte momentaneamente insofferente che si occupa di lei dimostrandole un affetto sincero e non stucchevole, che non appare falso e di circostanza. Questo cartone animato può insegnare ai bambini che non è necessario essere perfetti, che l’infanzia è fatta per sbagliare, divertirsi e trovare qualcuno che ci voglia bene e si prenda cura di noi nonostante tutto. Masha può indicare ai più piccoli che ci si può affidare alle figure adulte di riferimento, per cui saranno importanti anche dopo aver distrutto mezza casa e che probabilmente non è necessario fare questo per attirare l’attenzione. L’Orso letto in quest’ottica è protezione”. Maria Tereshchenko, direttrice del programma di Mosca, attribuisce il successo dell’animazione al fatto che i suoi creatori, oltre alla qualità dell’immagine, sono stati in grado di riflettere le ultime tendenze dei protocolli educativi dei bambini: “In precedenza, il buffone classico era collegato a un umorismo veicolato attraverso la violenza (vedi anche le dinamiche nemiche-amiche dei cartoni della MGM con Tom vs Jerry o della Warner con Will Coyote vs Speedy Gonzales). Ora questo viene considerato dannoso per lo sviluppo psichico dei bambini. Masha e Orso sono stati in grado di trovare quel livello preciso di buffoneria nella quale non traspare alcuna violenza”.

Da qualche tempo Oleg Kuzovkov si reca anche a Los Angeles “perché c’è una grande tradizione di serie a cartoni animati”. Viene per farsi aiutare a raggiungere la più alta qualità possibile: “Qui costruiamo la “pre-produzione”: scriviamo le storie e disegniamo gli storyboard, poi l’animazione e tutto il resto viene realizzato a Mosca”. Il lavoro di scrittura con i colleghi americani è molto lineare: “Scrivo dei brevi spunti per gli episodi poi facciamo una serie di riunioni per capire come trasformare gli spunti in buone storie”. Masha & Orso, pur nei suoi script strutturati, è assai più complesso del britannico “Peppa Pig”, ed è narrativamente più libero rispetto agli altri cartoni contemporanei, come l’italo-gallese “Yo-Yo”, l’americano “La Casa di Topolino” o l’anglo-francese “Super Pigiamini”, che ricalcano veri e propri format scanditi da sequenze fotocopia annunciate.

Un segreto, un mistero e la nostalgia

Se la tecnica dell’animazione è all’avanguardia e non ha nulla da invidiare alla Pixar, non c’è una sola inquadratura nella quale possa venire il dubbio sull’ambientazione, ai limiti del kitsch. E proprio questa è stata la chiave del successo russo. Masha e Orso si muovono in uno scenario contemporaneo, utilizzano telefonini e televisione, frigorifero e cibo in scatola. Ma il loro è un presente atipico, non contaminato dalla modernità e dalla globalizzazione. Vivono in uno spazio e un tempo reale ma intimo e personale. Ambienti, situazioni e personaggi rientrano totalmente in una tradizione sovietica se non addirittura zarista. Sono soprattutto gli oggetti a comunicarcelo. Il lungo scamiciato di Masha, con il foulard sulla testa, è (o meglio era) il costume nazionale, il tradizionale “sarafan” (che Orso confeziona in vari esemplari in “Giorno di bucato”, ep. 19); se apriamo la dispensa o il frigo (una panoramica del suo interno la vediamo in “Vantarsi con i lupi/Masha infermiera”, ep. 5): i barattoli di marmellata con l’etichetta bianca e verde (li troviamo ancora in “Giorno di bucato”); le scatole di zollette di zucchero con la scritta in blu “Caxap”; i barattoli di “Shproty” (sardine affumicate del Baltico) o le pentole smaltate con il fiorellino rosa ci parlano di un passato totalmente scomparso dagli scaffali di qualunque casa russa.

Lo stesso vale per la pappa rosa preparata da Masha in quantità industriale (nella puntata “Ricetta per un disastro”, ep. 17). Quel porridge è il “Mannaya kasha”, un cibo per la colazione dei bambini, (latte bollito, semolino, zucchero e burro, che si tentava di arricchire buttandoci un po’ di tutto, come fa Masha). Su tutti troneggia l’elegante Samovar d’ottone, spesso citato da Dostoevskij, dal quale Orso si serve il tè (in Russia la cultura del tè è più forte che in Inghilterra. Nel 1679, i Romanov stipularono con la Cina un trattato che prevedeva un rifornimento continuo di tè garantito da carovane di cammelli, poi sostituite dal treno con la costruzione della Transiberiana che, guardacaso, sorge proprio ai bordi della casa di Orso dove compare anche un vagone ferroviario Mosca-Peking). Per non parlare dell’arrugginita autoambulanza (una UAZ modello 452а) divenuta tana dei lupi. La chiamavano “tableta” (“pillola”) ed era stata progettata per raggiungere i luoghi più inaccessibili dell’Unione. Gli autori potrebbero avere giocato con le parole (Wolf-Vehicle era il nomignolo affibbiato ai veicoli militari sovietici per il soccorso delle truppe), ma la loro presenza trova origine ancora una volta nella tradizione russa che vuole i lupi “infermieri del bosco”, in quanto divoratori di animali malati (come gli avvoltoi). E i riferimenti alla vecchia tradizione russa si enfatizzano con le icone delle feste comandate: Ded Moroz (Nonno Gelo e non Babbo Natale) che chiede a Masha e Orso di aiutarlo nella consegna dei regali e la stessa Masha trasformata per l’occasione in Snegurochka, la fatina delle nevi aiutante di Nonno Gelo, cavalcano magnificamente i canoni della tradizione popolare russa. Tutto il contesto in cui si muovono Masha e Orso è minuziosamente dettagliato per apparire, sì (sor)passato, ma assolutamente reale per suscitare nello spettatore (adulto) sovietico ricordi e associazioni indelebili. È così che Masha e Orso, come era nelle intenzioni dei suoi creatori, è uscito dalla fiaba per entrare nel puro realismo. Una realtà nostalgica dove l’impatto devastante del progresso tecnologico è solo presupposto, L’apparizione del telefonino è fugace (compare in “Al lupo al lupo!”, ep. 9), il computer non esiste (in compenso al suo posto troneggia la macchina da scrivere, in “Ciak si gira!”, ep. 42), allo schermo al plasma, che finisce in cantina, viene preferito il vecchio televisore catodico e anche la musica è ancora “solida”, visto che il maiale ascolta il walkman (sempre in “Giorno di bucato”). “Aggiungiamo sempre oggetti del passato – spiega Cervjatsov – perché del passato ricordiamo solo il lato positivo”. Ma sono oggetti della “sua” infanzia, esotici per chi non è russo, incomprensibili per chi non ha l’età degli autori.

È il rimpianto, forse di tutti noi, di un’età dell’oro, di una purezza perduta dove tutto era forse più scomodo ma anche più avventuroso e divertente (il riferimento a “Goodbye Lenin” in questo è evidente). Sì, possiamo a tutti gli effetti definirlo un cartone nostalgico. Negli ambienti, nei colori, nelle abitudini, nei suoni. Situazioni incomprensibili anche ai bambini russi. Ma che in qualche modo, con il tramite dei genitori, vengono svelate come antichi segreti. È dunque la nostalgia il segreto del successo di Masha e Orso?

 

Il mistero dietro al successo

Se anche fosse vero, il vero mistero del cartone animato è cosa ci legga oggi un bambino, ad esempio nel nostro caso, italiano. Il suo creatore ha provato a dare una risposta: “Non ho mai pensato a Masha e Orso in termini di successo internazionale – ha più volte confessato Kuzovkov –  Non ho mai pensato al successo, in realtà. Inizialmente il cartone era stato pensato per il solo pubblico russo e sono stato molto sorpreso quando il fenomeno si è allargato ad altri paesi. Ho intenzionalmente usato alcuni dettagli che solo chi è russo può cogliere, ma probabilmente questo ha solo dato un tocco di esotismo e fascino in più.

Allora, ricapitolando: abbiamo una fiaba rovesciata, la qualità eccellente, il rapporto verticale, una durata che non stanca. E ora la nostalgia. È quest’ultimo il vero segreto? Ma un bambino cosa c’entra con il passato? Certo, forse è un gancio per il suo tramite, perché il primo motore immobile, quello votato alla scelta, è il genitore. Ma fuori dalla Russia?  Resta da capire cosa ha trasmesso il cartone animato al resto del mondo. Come è mai potuto succedere, ad esempio, che in Indonesia ci sia stato un boom di bambine chiamate Masha?

Per rispondere a questo interrogativo bisogna modificare l’approccio. La risposta non è in quello che vediamo ma in quello che sentiamo. Perché è la musica l’unico linguaggio universale. Alessia Altavilla, web content editor di Bambinopoli, oltre che mamma, ha le idee chiare su questo tema: “La musica è un elemento chiave negli episodi di Masha e Orso (in questo caso è evidente. Ma lo è per tutte le storie). E vi dirò di più: poiché mia figlia vuole vederlo solo in russo, ho scoperto che musica e canzoni sono molto più belli nella versione originale che negli episodi italiani. Dov’è la musica in Peppa Pig?”.

Musica e Cartoon

Anche nella musica “Masha e Orso” recupera una tradizione che viene dal passato ma, diversamente dall’ambientazione, e qui si nasconde un nuovo segreto del cartone, sprofonda in contaminazioni decisamente yankee. Non è un caso che Kuzovkov appartenga alla prima generazione che ha potuto godersi le meraviglie animate firmate Disney, Warner Bros e Hanna & Barbera, fino a poco prima vietate dalla censura sovietica. Lui stesso ha dichiarato più volte che il suo cartone è un figlio spudorato di Tom & Jerry, ovvero della classica animazione slapstick statunitense. “C’è il medesimo tipo di ritmo di Bugs Bunny e Tom & Jerry, senza la violenza di quest’ultimo, naturalmente” (con buona quiete di psicologi, vedi sopra, e associazioni di genitori). Ecco, Bugs Bunny, Tom e Jerry. Questo è il passaggio segreto per arrivare al cuore della risposta. Conduce a un cunicolo che, come in “Essere John Malkovich”, porta lontano e che qui conviene percorrere a ritroso. Un percorso dove le immagini animate trovano la loro sublimazione, grazie alla musica.

Molti divi dei cartoni animati sono stati grandi protagonisti di esperienze musicali. A partire da una delle prime star del muto, “Felix the Cat” e proseguendo con i cartoon degli anni Trenta, dove la musica è dominata da effetti sonori e di percussione (discendenti da orchestrine di can-can o da bande dei circhi) che ricalcano l’azione enfatizzandola. Ai tempi della Hollywood disneyana i prodotti di questi suonatori di sincronismi, disprezzati dai colleghi più “seri”, vengono denominati “mickeymousing” (musiche di Topolino), senza sapere ancora che faranno la storia. Nel decennio successivo, grazie all’apporto di maestri del calibro di Carl Stalling, Scott Bradleye e Darrel Calker (che faranno la fortuna di Warner Bros, MGM e Columbia Pictures), le partiture si fanno più complesse: le sinfonie classiche, lo swing, il jazz e il ragtime entrano a far parte dello sfondo sonoro dei cartoni perdendo la loro fisionomia originaria. L’esempio più classico è l’utilizzo della Rapsodia Ungherese n. 2 di Franz Listz. Carl W. Stalling ha a che fare con la composizione per due volte. La prima nel cartone “Rapsodia newyorkese” (Rhapsody in Rivets, 1941 diretto da Friz Freleng, per la Warner Bros). Viene candidato per l’Oscar al miglior cortometraggio d’animazione ai premi Oscar 1942, ma perde in favore di Disney. Cinque anni dopo ecco il suo capolavoro: “Rapsodia in salmì” (Rhapsody Rabbit, 1946 diretto ancora da Friz Freleng), dove il pianista Bugs Bunny cerca di suonare la Rapsodia, ma un topo che si trova dentro il suo pianoforte fa di tutto per ostacolarlo. Quasi in contemporanea, sull’altra sponda, quella della Metro-Goldwyn-Mayer firmata da William Hanna e Joseph Barbera esce “Jerry pianista” (The Cat Concerto) vincitore del premio Oscar. Le sorprendenti analogie dei due cartoni sfociano in una causa legale mai completamente risolta.

Il compositore Carl Stalling ha lavorato per ben ventidue anni alla Warner Bros, a partire dal 1936 sino al 1958. Bugs Bunny, Will Coyote, Speedy Gonzales, Duffy Duck, Porky Pig, Gatto Silvestro, non avrebbero avuto un simile successo senza le sue schegge di note impazzite: ad ogni movimento di Bugs Bunny o Will Coyote viene associato un particolare suono eruttato da uno dei cinquanta elementi che compongono l’orchestra: una sviolinata improvvisa, una tromba isterica o un rullo di tamburi minaccioso; niente è lasciato al caso. Nessuna limitazione: tutti i generi, dal jazz alla classica, sono considerati uguali ed essenziali alla realizzazione sonora.

Contaminazioni yankee

Ed eccoci quindi al presente. Se le immagini del cartone sono figlie della madre Russia, le note che lo accompagnano sono il prodotto della contaminazione globale (quella che l’ambientazione esclude rigorosamente) e quindi universali. Così il pianoforte ritorna anche qui. Quando Orso ne trova uno nel bosco (“Masha concertista”, ep. 19), dopo averlo portato a casa, attacca il più classico dei “Ragtime” di Scott Joplin (che si ripeterà in “Orso e Masha”, ep.38, in “Ciak si gira!”, ep. 43, e prima ancora ne “La dolce vita”, ep. 33, quando nel giorno dedicato alla sua adorata pesca viene svegliato proprio dalle note jopliniane, segno che ad esse è associata una sensazione di pura felicità). E in questo gioco di contaminazioni (ambiente sovietico, per di più totalitario, motivetto yankee, per di più nero), le citazioni storiche della musica e del cinema si trovano spesso intrecciate. Le gesta più sentimentali di “Super Masha”, ep 43, vengono accompagnate dal tema di “Love Story” (composto da Francis Lai, 1970).  Ne “La febbre del ballo”, ep. 46, dove è il maiale a voler mettere in scena un musical, viene prima suonato il “Charleston” di Sam Levine (1923) e poi, nel finale, viene scimmiottata “One” (Marvin Hamlisch e Edward Kleban) la canzone portante di “A Chorus Line” (1975). Quando ne “Un salto nel passato”, ep. 48, Orso costruisce una macchina del tempo che lo conduce nella preistoria è l’“Also sprach Zarathustra” (Richard Strauss, 1896) di kubrickiana memoria a svelarci la citazione de “L’alba dell’uomo” di “2001”. Così come ne “Il grido della vittoria”, ep. 47, dopo che Orso per amore ha creato un campo da tennis, è Masha a sconfiggere il suo rivale sostenuta dalle galvanizzanti note, qui rivedute e corrette, di “Gonna Fly Now” (1976), tema del film “Rocky” scritto da Bill Conti (il musicista che nella sua vita ha praticamente accompagnato tutti i film di e con Stallone, oltre alla trilogia di “Karate Kid”). E quell’orso himalayano era entrato in scena nel medesimo episodio sulle note di “Stayin’ Alive” dei Bee Gees (1977), le stesse sulle quali ballano i due lupi in “Masha Rockstar” (ep. 29). Spesso, inoltre, la musica si affida a motivetti fox-trot (vedi “Giorno di bucato”, ep. 18 o “Un amico a strisce”, ep. 20).  E quando all’inizio di “Una bellezza pericolosa” (ep. 40) Masha scimmiotta il vecchio west ecco che a far da colonna sonora sono le note di “The Entertainer”, rese celebri da “La stangata” (1973), firmate ancora da Scott Joplin nel 1902.

Ma naturalmente nella serie trovano casa anche i repertori della musica sinfonica. Per citarne un paio: in “Masha concertista”, ep. 19, Orso accenna l’attacco della “Quinta sinfonia” di Beethoven; le stesse note le udiamo in Super Masha, ep. 43 e in “Orso giochi con me”, ep. 2 dove, poco dopo, assistiamo a un inseguimento di api a ritmo della “Rapsodia ungherese” di Brahms.

L’uomo giusto sul piano giusto

A comporre, scegliere, assemblare e orchestrare il tutto ci pensa un musicista perfetto per il progetto. Un uomo che conosce a menadito la musica folcloristica russa, quella classica americana e quella circense: Vasily Bogatyrev (natali ucraini, a Odessa, nel 1966) diplomato (come Orso, verrebbe da dire) in pianoforte classico, una faccia simpatica da cartone animato, due occhi accesi e capelli lunghi sempre pettinati indietro (il suo sito, ancora oggi, è scomodo, poco aggiornato e vintage, come le atmosfere del cartone). Prima di arrivare a Masha e Orso ha esibito il suo talento in tutta la Russia, Cremlino compreso, e quando nel 1997 su quel palco si esibì dopo Bryan Adams la star canadese rimase così impressionata dal livello della sua performance che disse al microfono: “Non sei una piccola stella. Tu sei il futuro della Russia”. Mai frase si rivelò più profetica. Naturalmente come tutti i musicisti sovietici che si rispettino ha anche lui la sua bella foto con “I Ricchi e Poveri” e con Al Bano. Dal 2002 Bogatyrev ha girato in lungo e in largo gli Stati Uniti (componendo musiche per “Balagan” o “Taganai”, spettacoli circensi che hanno infiammato i casinò Beau Rivage, Gold Strike e El Dorado nel in Mississippi e in Nevada. Con la commedia “Aga-Boom” è arrivato nella Grande Mela, al “New Victory” di NYC (la musica nel 2003 è stata nominata per il premio Ovation nella categoria Best Traveling Show, alla pari di “The Producers” e “42 Street”). In Russia, Bogatyrev ha ricevuto la Gran Medaglia d’Oro e il titolo ufficiale di “National Treasure”, che gli ha conferito uno status unico nel suo Paese. Finché si è imbattuto nella Animaccord. In quel momento Vasily Bogatyrev era il proprietario del miglior studio di registrazione audio a Mosca. E per lui comporre le musiche di un cartone impregnato di folklore con echi circensi e contaminazioni americane è stato un gioco da ragazzi. Anzi da bambini. Quella musica era stata tutta la sua vita. Forse anche per questo le sue composizioni sono dei capolavori. Perché sono autentiche. E si sono rivelate decisive per il successo del cartone (qui lo si vede al lavoro). A partire dalla sigla, una marcetta imparentata con l’omologa fantozziana composta da Bruno Zambrini (ma a un’altra traccia, dedicata al ragioniere e alla signorina Silvani – “Fantozzi innamorato” di Tempera, Bixio e Frizzi – si spira anche per il tema romantico di “Orso innamorato”) e proseguendo con il tema di Orso, manifesto musicale dell’ottimismo. La sua celebre “The Grand Piano Lesson” (che trova il suo massimo splendore in “Masha concertista”) è ormai un piccolo classico, ripreso in tutto il mondo e suonato addirittura nel 2015 da una orchestra indonesiana (“Strings Attack”, al IFI-LIP di Yogyakarta, diretta da Fafan Isfandiar). Vasily, esattamente come Orso, nel suo campo sa fare tutto: compone, canta, arrangia, suona il piano, la chitarra, il basso, le maracas, il flauto traverso e, nel caso, tutti gli altri strumenti.

Prima di morire, Carl Stalling disse: “Il problema dei cartoni animati del presente è che hanno così tanto dialogo che la musica non significa più molto”. Quando a Kuzovkov chiedono quale sia la chiave del successo di “Masha e Orso”, risponde: “Uno dei fattori chiave è che c’è poco dialogo, la trama è esposta attraverso le azioni”. Il formato è quasi da film muto: l’azione rende superflui i dialoghi. Così le gag hanno un valore assoluto. Per questo i bambini su YouTube guardano il cartone in qualsiasi lingua. I creatori attribuiscono la popolarità della serie nei ventidue paesi alla sua immagine universale. “In qualsiasi paese, i bambini sotto i cinque anni non sono molto diversi – aggiunge Chervyatsov – e il fatto che lo spettacolo non ha lunghi dialoghi contribuisce anche al suo successo”. Masha e Orso è quindi azione accompagnata da musica. “È più vicino a un film muto – prosegue Chervyatsov – dove tutto è chiaro anche senza parole”. Perché a parlare, alla fine, è la musica. Ed è una grande responsabilità. Perché la musica di un cartone può anche a divenire il più prezioso dei veicoli inconsci.

Dove è la musica “classica” oggi?

Su “Yahoo Answers”, alla domanda sul perché molti giovani non ascoltino più musica classica risponde un utente diciassettenne: “Perché non vengono educati ad ascoltarla”. In un forum dedicato all’argomento, medesima domanda. Le risposte piovono ma la più eloquente è anch’essa telegrafica: “Semplicemente perché non la conoscono”. Fino a qualche anno fa si cresceva, inconsapevolmente, con la musica classica. E insieme ad essa con le altre pietre miliari dei classici del rock, dello swing o del jazz. Era impossibile non conoscere “Moonlight Sereneade” di Glenn Miller, “Sing Sing Sing” nella versione di Benny Goodman, così come la “Piccola serenata notturna” di Mozart, il “Concerto triplo” di Beethoven, il “Bolero” di Ravel o la “Rapsodia in blu” di Gershwin. Le nostre case straripavano di dischi, in edicola uscivano i famosi tesori della musica sinfonica, la televisione italiana iniziava, intervallava e concludeva le trasmissioni con sigle estratte da arie, composizioni o sinfonie (come si fa a dimenticare quel finale in crescendo del Guglielmo Tell di Gioacchino Rossini, “Tutto cangia, il ciel’s abbella” o la “Toccata in La maggiore” di Pietro Domenico Paradisi che accompagnava immagini di paesaggi italiani?), ma soprattutto erano i cartoni il principale veicolo che conduceva quella musica dentro noi. Rendendocela familiare. E questo valeva anche per “i classici”, da Frank Sinatra a Elvis Presley, passando per Louis Armstrong.
Personalmente sono cresciuto con la musica classica. Da bambino canticchiavo la seconda “Rapsodia ungherese” di Listz. Il merito va assegnato senza dubbio ai miei genitori che la ascoltavano sempre, ma forse i complici del suo attecchimento nella mia memoria culturale sono stati anche un coniglio, Bugs, insieme a un gatto, Tom. E credo in questo di trovarmi in buona compagnia. Il pianista più conosciuto al mondo, il cinese Lang Lang, decise la sua strada proprio dopo aver visto “The Cat Concert”. Non è un caso che proponga la Rapsodia Ungherese n. 2 tra i suoi cavalli di battaglia suonandola tra l’altro in modo particolarmente scenografico (la trovate qui, occhio a quanto accade dal minuto 4:37’’).

Oggi “Masha e Orso”, dopo un lungo buco temporale, riapre le porte a una speranza. I bambini del nostro presente conosceranno senza accorgersene Scott Joplin, il Ragtime, Beethoven, il Charleston e Strauss. Oltre a, naturalmente, Vasily Bogatyrev. Che un tempo era “il futuro della Russia”, ma che presto diventerà un classico.

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