Vita (telegrafata) di Henry Miller

Henry Miller biografia

Era troppo diverso da tutti gli altri. Troppo lontano da Hemingway, linguaggi essenziali per esperienze limite. Mentre lui se ne stava comodo nel ventre di balena a declamare l’anima: “C’è solo una grande avventura – scriveva – ed è al di dentro, verso l’io e per questo non contano né il tempo, né lo spazio e nemmeno le azioni”.

Troppo osceno per avvicinarlo alle stravaganze frenetiche e sofisticate di Fitzgerald. Troppo vecchio anche per essere un beat. Kerouac improvvisava muovendosi come un solista jazz, senza però lasciare spazio a considerazioni di alcuna sorta. Sulla vita, sull’uomo, l’esistenza intera.

L’universo Henry Miller prende forma nell’ultimo decennio di due secoli fa. Origini tedesche, infanzia felice, adolescenza tranquilla vissuta a Brooklyn. Viene ammesso al college (1909) ma dopo pochi mesi scappa con una donna vent’anni più vecchia di lui. Inizia a vagabondare per gli States imbarcandosi in una carrellata infinita di lavori, dal bracciante al sarto.

Tornato a casa dopo cinque anni (1914), si sposa precocemente (1919), mette al mondo una figlia e inizia a scrivere. Ridotto alle strette dai comuni sensi del dovere è costretto a imboccare la regolarità. Si fa così assumere come direttore del personale alla Western Union Telegraph Company (1919). Dura poco. In una sala da ballo di Broadway incontra la ballerina June Edith Smith (1923) che rimescola le carte della sua vita.

Divorzia, sposa June (1924) per seguire solo l’odore della scrittura. Henry inventa gli espedienti più diversi per sopravvivere. Si propone persino come scrittore porta a porta vendendo i suoi pezzi come un piazzista. June ha un ruolo fondamentale nella sua carriere di scrittore. Crede ciecamente nel suo talento, lo incoraggia, lo stimola a proseguire. E lo mantiene per sei anni, probabilmente prostituendosi.

Alla fine il desiderio lo prende per la coda e decide di sbarcare, senza June, in Europa (1928). Come molti altri della sua generazione si ritrova americano a Parigi a fare vita da bohemien. Tra i boulevard parigini vive come un clochard, dorme dove capita, mangia quando può quello che può.

Henry Miller notebook

Gli incontri che fa gli salvano la vita. Alfred Perlès lo fa scrivere nel suo giornale, Michael Fraenkel gli offre un tetto, Richard Osborne lo presenta alla torbida scrittrice Anais Nin. Le scrive lettere appasionate e febbrili.

Cara Anaïs, ti amo pazzamente, pazzamente. […] Anaïs, questa notte sono pazzo. Mi sono precipitato fuori dal teatro perché, per una volta, non riuscivo a fingere. Non so cosa avrei fatto se ti avessi incontrato nell’atrio. […]
Anaïs, sei diventata una parte così vitale di me, che sono completamente sottosopra, posto che questo significhi qualcosa. Non so che cosa scrivo – so solo che ti amo, che ti devo avere esclusivamente, furiosamente, possessivamente. Non so che cosa voglio. Ho avuto troppo, ritengo. Tu mi hai travolto e mi hai viziato. Continuo a chiederti cose sempre più difficili. Mi aspetto che tu compia miracoli. Non sai quanto mi mancano le notti che abbiamo trascorso assieme e quanto hanno significato per me. Altre volte sei solo un fantasma, uno spettro. Vieni e mi fai ammalare di desiderio, brama di possederti, di averti sempre vicina, a parlarmi con naturalezza, a muoverti come se tu fossi una parte di me.

[7 giugno 1932]

Rieccomi di ritorno, ancora bruciante di passione, come vino fumante. Non più di una passione di carne, ma assoluta fame di te, fame divorante. […] Anaïs, io semplicemente ritenevo di amarti, prima, ma era nulla a paragone della certezza che adesso c’è in me. Che tutto questo sia stato così meraviglioso solo perché era breve e rubato? Stavamo recitando l’uno per l’altra? L’uno all’altro? Ero io meno me stesso o più di me stesso, e tu meno o più di te stessa? È follia credere che questo possa continuare? Quando e come cominceranno i momenti grigi? Ti studio attentamente per scoprire le possibili crepe, i punti deboli, le zone di pericolo. Ma non ne trovo – neppure una. E ciò significa che sono innamorato, ciecamente, ciecamente. Essere cieco per sempre!

[14 agosto 1932]

Lettera di Henry Miller a Anais Nin

Inizia un decennio d’oro. Scrive “Tropico del cancro” (celebre l’incipit: “E’ l’autunno del mio secondo anno a Parigi…non ho né soldi, …), lo pubblica (1934) con l’aiuto di Anais (ancora una volta una donna è l’artefice delle sue fortune), lavora all’edizione francese del “Chicago Tribune”, vive a Clichy, inizia “Primavera nera” (1936) e pubblica “Tropico del Capricorno” (1939).

Scoppia la Guerra, scappa in Grecia. Mentre l’Europa cade a pezzi, nella terra ellenica gli si rivela qualcosa che somiglia alla felicità. E’ finalmente libero da legami, da possessi, da idee e paure.

Ritorna negli USA dove le sue opere sono proibite. Non riuscendo a incassare i diritti delle edizioni francesi, per vivere scrive oroscopi e racconti pornografici. La vena non si esaurisce mai: sforna una libro dopo l’altro: “I giorni di Clichy”, “Incubo ad aria condizionata”, “Sexus”, “Plexus” e “Nexus”.

Trova pace a Big Sur (1944), in California, sua culla definitiva. Gli anni Cinquanta incoronano la sua fama mondiale. Finalmente crollano le accuse di pornografia e le vendite di “Tropico” vengono autorizzate (1961): un milione e mezzo di copie in un anno. E’ una catarsi.

Da lì, scrive sempre meno. Si sposa (per la sesta volta) con una cantante giapponese di 32 anni. All’apice della fama fa in tempo a ricevere il premio dell’American Academy of Literature (1970) e la Légion d’Honneur (1974) prima che la morte lo colga ottantottenne all’inizio della sua ultima estate (1980).

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