Quando a Roma mi trovai di fronte Muhammad Ali

Non era la prima volta che veniva a Roma. Anzi, era stata proprio la Città Eterna a farlo conoscere al mondo. Era l’estate del 1960. Lui aveva appena diciotto anni, già danzava come una farfalla e l’oro olimpico fu facilmente suo. Ma al ritorno in patria, Muhammad Ali (che all’epoca era “solo” Cassius Clay) per protesta contro le discriminazioni razziali, gettò la medaglia romana nel fiume dell’Ohio. Così almeno raccontò lui quindici anni dopo.

La cena storica da “Checco er carrettiere” a Trastevere nel 1982

A Roma si trovò nuovamente, stavolta di passaggio, nel 1982. Era la viglia dei Mondiali di Spagna, quelli che avrebbe vinto l’Italia di Zoff, Bearzot e Pertini. Lui si era appena ritirato. Veniva dall’Australia diretto a Saint Vincent. Gianni Minà gli aveva strappato la promessa di farsi vedere a “Blitz”, il suo nuovo contenitore domenicale. “Vengo, ma tu mi fai conoscere il Papa”. Affare fatto. Erano i giorni della guerra delle Malvinas (Falkland) e Karol Wojtyla era immerso nelle trattative di pace tra Inghilterra e Argentina. C’era da aspettare. Così Alì prese una stanza all’Hilton.

La prima sera Minà fece gli onori di casa. “Ti porto a Trastevere, a mangiare”. Lo chiamò Robert De Niro che stava per girare “C’era una volta in America”: “Che fai stasera?”. “Esco con Muhammad Ali”. “Ali? Allora vengo anch’io”. Poco dopo squillò nuovamente il telefono: “Ma come? Io devo parlare con Bob di lavoro e lui dice che deve andare a cena con te e Ali. E a me nun me porti?”. Era Sergio Leone. La tavola si allargò a quattro teste più consorti (che già era deciso si sarebbero sedute in un tavolo a parte). Ma il telefono di Minà doveva suonare ancora una volta: “Gianni, io dovevo vedermi con De Niro e Leone, ma sembra che siano occupati con Muhammad Alì. Sai chi lo porta?”. Dall’altra parte c’era Gabriele Garcia Marquez. Minà sorrise: “Sì Gabo, io”. E così tavolo per cinque.

Fu Sergio Leone a proporre di prenderlo da “Checco er carrettiere”. Era la trattoria dove si era sempre sentito a casa. Checco e Leone (insieme anche a Ennio Morricone) si erano conosciuti alle elementari (nella stessa classe alla Scuola dei Fratelli Cristiani) condividendo, sulla scalinata di Viale Glorioso, una indimenticabile infanzia trasteverina.

Gianni Minà era riuscito a mettere in piedi una tavolata storica, attorno alla quale tutti i convitati stavano vivendo un loro anno magico (lo scrittore stava per ricevere il premio Nobel per la letteratura, il regista stava per girare il suo ultimo epico film insieme a De Niro, fresco di Oscar proprio per il più bel film sul pugilato “Toro scatenato”). Ma nonostante tutto a tenere banco fu chi quella magia aveva appena terminato di viverla. Se i suoi guantoni dondolavano al muro da cinque mesi, la fiamma che aveva negli occhi era ancora accesa. E le parole di Alì infuocarono gli animi dei convitati che per tutta la serata si lasciarono incantare dalla magnificenza dei suoi racconti. Finita la cena Checco li mise in riga davanti a un muro e scattò una foto che è diventa un pezzo di storia della cultura del Novecento.

Marquez Leone Muhammad Ali De Niro Mina Checco er carrettiere 1982

Il giorno seguente, a sorpresa, il Papa cancellò un’ora dei suoi impegni: “Per nulla al mondo mi perdo l’incontro con lo sportivo della mia vita”. Al campione, Giovanni Paolo II confessò che quando era cardinale e dormiva ancora al collegio polacco chiedeva il permesso di scendere di notte in refettorio per vedere i match del suo pugile preferito. “Lei è il più forte di tutti i tempi – gli disse Woytila –  ma con un punto debole, la vulnerabilità se attaccato sotto le braccia”. Un giudizio competente che inorgoglì il pugile. Due anni dopo gli fu diagnosticato il Parkinson e nel 1996 commosse il mondo accendendo la fiamma olimpica di Atalanta.

La medaglia riconsegnata a Roma nel 1999

Nella Capitale tornò tre anni dopo. Era il 7 dicembre del 1999, un martedì. L’ex campione dei pesi massimi era arrivato il giorno prima in Italia per una conferenza siciliana sui colloqui di pace per il Burundi. Io lavoravo in un’agenzia a due passi da Piazza Venezia dalla quale mandavamo i pezzi a quotidiani come “La Stampa” e il “Messaggero”. Quella sera dovevo andare allo stadio Olimpico. C’era Lazio-Chelsea, match clou della giornata di Champions League. Era la Lazio di Eriksson, quella che pochi mesi dopo avrebbe vinto lo scudetto in un’ ultima incredibile giornata. Doveva essere la notte che avrebbe segnato il ritorno dei “gemelli del gol”, uno contro l’altro, ma Vialli fu allontanato per nervosismo e Mancini sostituito per scelta tecnica. Io in realtà avevo deciso di andare allo stadio per un motivo più futile: sentire finalmente dal vivo l’inno di incoronazione di Georg Friedrich Händel “Zadok the Priest”, riveduto e corretto per la Champions League.

Mi mossi in ritardo dalla redazione e iniziai a percorrere a passo veloce via del Corso. Arrivato all’altezza del Plaza notai una piccola folla. Per un attimo mi sembrò di assistere alla sequenza finale di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”: una sagoma enorme circondata da piccoli esserini che si muovevano intorno a lui.

Era Muhammad Ali, naturalmente. Di nuovo a Roma, stavolta su invito ufficiale. La mattina il più grande campione di pugilato di tutti i tempi, era stato ricevuto per un aperitivo a Palazzo Chigi, insieme alla moglie Lonnie, su invito del presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Lo aveva accompagnato Bruno Ficili, presidente dell’Associazione Internazionale della Pace (oltre al sindaco di Comiso Giuseppe Digiacomo, c’erano anche l’ex campione del mondo di pugilato Nino Benvenuti e il segretario dei Ds Walter Veltroni). Era stato in quell’occasione che il neo presidente del Coni, Gianni Petrucci, non si era lasciato scappare l’occasione di riconsegnargli la medaglia d’oro olimpica vinta e poi perduta. Ali la prese in mano, la guardò, vide la lupa che emergeva dal metallo aureo insieme ai gemelli fondatori. E si emozionò. Era un gesto istituzionale ma lo avevo toccato.

Poche ore prima lui e Nino Benvenuti si erano ritrovati nella hall dopo tanti anni. Ali era seduto su una poltrona. Benvenuti, da dietro, gli aveva messo una mano sulla spalla, chinandosi verso di lui. Quando Alì lo riconobbe gli prese le mani e lo accarezzò ripetutamente. Pochi istanti dopo il pugile italiano aveva cento microfoni in bocca: “E’ stato da non potersi raccontare”. Si erano detti tutto con gli occhi. La gloria, la sua fine, i ricordi il dolore, la vita che passa. Si erano visti uno negli occhi dell’altro.

Era quindi lui. The Greatest. Il più Grande. Quando me lo trovai davanti aveva appena attraversato le porte del Plaza per uscire sulla strada. Per pochi eterni secondi fui di fronte a lui nel buio della notte, sotto le sole luci dell’Hotel. Come in un ring.  Alzai lo sguardo verso la fessura dei suoi occhi, spenti ma ancora vivi, e in quell’attimo eterno entrai nell’infinita galleria di umanità contenuta nel bagaglio della sua iride. Lui era fermo. Feci un passo, poi un altro. Finché lo abbracciai. Sentii le sue mani sulle mie spalle. E fu come se mi avesse toccato un dio.

Quando mi staccai infilai d’istinto le dita dentro le tasche, tirando fuori senza guardare quello che trovai. Era una ricevuta di pagamento. Avevo sempre una penna con me. Lui la prese e con incredibile lentezza scrisse sul retro, in un corsivo minuscolo e meticoloso, tre lettere che sembravano scolpite nel marmo: Alì.

In quel momento arrivò il gong. Era Gianni Minà: “Alì, dobbiamo andare!”. Lo vidi allontanarsi portandosi appresso quella miriade di moscerini senza eternità dei quali facevo parte anche io. Proseguii la mia camminata stordito. Arrivai tardi allo stadio. Per una manciata di minuti, quelli con Ali, non feci in tempo a sentire l’inno di Händel. E non ricordo nulla di quella partita.

Ma quella sera avevo visto Muhammad Ali. Il più grande incontro di sempre.

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