La vita senza paura di Ingrid Bergman

Ingrid-Bergman

Una volta aveva confidato a Oriana Fallaci di non temere la vecchiaia. Le due donne erano a Parigi, era il 1962. Ingrid Bergman aveva 47 anni. Aveva già vinto due Oscar, girato con Alfred Hitchcock, Victor Fleming, Jean Renoir, Roberto Rossellini, George Cukor e Stanley Donen, recitato con Spencer Tracy, Cary Grant, Humphrey Bogart e Gregory Peck, ed era al suo terzo matrimonio. Aveva fatto “Casablanca” e “Notorious” ma anche molti sbagli. Non li aveva mai rimpianti.

Se fosse tornata indietro avrebbe commesso gli stessi errori. Quello che avrebbe voluto cancellare dalla sua vita era la paura. Ne aveva avuta molta e troppo spesso aveva ceduto alle pressioni degli altri. Sapeva che invecchiando si sarebbe liberata di questa oppressione. Avrebbe potuto rifiutare una scelta. Senza paura: “Con gli anni si impara e quando si è imparato non si ha più paura di sbagliare: si conoscono i risultati”.

E girando indietro la pellicola della sua vita, fino ai primi tasselli, di quella paura non c’è traccia. Forse per questo, dopo tanto viaggiare, ritornò al punto di partenza.

Il padre le aveva trasmesso due ossessioni: l’inquadratura e la memoria. Lei, che la madre non la ricordava nemmeno, avendola lasciata quando aveva soli due anni, lo avrebbe perso presto. Ma il fotografo svedese Justus Samuel Bergman, che era anche pittore, avrebbe fatto ugualmente in tempo a consegnarle il suo testimone. L’essenza della sua vita. Che lei dilatò fino a farla sbocciare.

L’infanzia a Stoccolma

Ingrid Bergman nei tredici anni nei quali porta avanti a Stoccolma la sua infanzia solitaria avvolta dalla sola compagnia paterna si abitua subito a stare davanti agli obiettivi del padre.
Justus la filma in continuazione, cristallizza il ricordo per non farlo perdere nelle labilità delle imminenti memorie. Ma anche l’artista che è in lui, non pago della realtà che ha di fronte, crea con Ingrid nuove vite. Piccoli film. Lei non può sapere che qualcuno un giorno li considererà i suoi esordi. Capisce presto, però, che cosa vuole fare da grande. E’ sempre il padre a condurla verso quel futuro che la renderà celebre in tutto il mondo. Una sera la porta a teatro, per lei è una illuminazione. Il mestiere dell’attrice diventa la sua unica aspirazione. Ingrid ha solo undici anni. Due anni dopo perde il padre. Tredici anni però erano bastati per lasciare il suo segno. Senza di lui Ingrid Bergman non sarebbe stata Ingrid Bergman.

Ingrid Bergman

Gli inizi nel cinema svedese

Affidata a uno zio e terminata la scuola, a diciassette anni si iscrive alla scuola del Teatro Reale Drammatico (Kungliga Dramatiska Teatern or Dramaten) di Stoccolma. Due anni dopo conosce un medico, Aron Peter Lindstrom, che riesce a presentargli un dirigente della Svenskfilmindustri, l’industria cinematografica svedese. E’ il primo passo. Ottiene una parte ne “Il Conte della città vecchia”. E’ solo un piccolo ruolo, quello di una cameriera di un modesto albergo. Ma basta per farla notare: Ingrid ostenta sicurezza, bravura, fotogenia e una ottima predisposizione per la macchina da presa, d’altronde in casa aveva avuto una buona scuola. E’ il 1935. Ingrid ha vent’anni.
Due anni (e quattro film) dopo, grazie al regista Gustaf Molander, che decide di puntare su di lei per lanciarla come grande promessa, è già una star, in Svezia. Non accetta tutte le parti che le propongono. Cerca ruoli che portino con sé un significato. Non cerca solo l’apparenza, vuole la verità. Sono le due facce della vita, il prestigio è un abbaglio del sole e lei che è cresciuta avvolta nei freddi nordici, tra eterne notti bianche e infiniti giorni oscuri, lo sa.

L’uccello migratore scavalca i confini di casa

Come tutte le persone orfane non sente il richiamo delle radici perdute. La frontiera è più affascinate. Cercare nuove vite, nuove case, nuovi paesi l’aiuta a fuggire dalla struggente nostalgia delle cose perdute e a riempire i vuoti dell’anima. Scrive alla cugina Anna di sentirsi un flygande fagel, un uccello migratore. Attratta dai voli che la possano portare lontano. Non vuole essere solo un’attrice svedese, ha bisogno di respirare altre arie. “Intermezzo” e “Senza volto” le consegnano le chiavi per il Nuovo Mondo. Ma è nel 1938 che ha la prima vera occasione per fuggire dalla piccola cinematografia svedese. La chiama Carl Froelich per interpretare “Quattro ragazze coraggiose”. Conosce il tedesco, come lo svedese (sua madre era nata in Germania, Ingrid lo aveva imparato quando andava ad Amburgo in visita dalle zie) e pertanto non ha bisogno di essere doppiata.

L’arrivo negli Stati Uniti

L’anno in cui scoppia il secondo conflitto bellico coincide con un momento di svolta della sua vita. Sposato Lindstrom, nasce Pia (acronimo di Peter, Ingrid e Aron) e in quegli stessi mesi Ingrid Bergman viene convocata negli Stati Uniti direttamente dal produttore David O. Selznick: “Ho visto Intermezzo e voglio girarne la versione americana, è una storia perfetta per farti conoscere”. Lui vede già in lei la nuova Greta Garbo. La Bergman temporeggia. “Ti offro un contratto di sette anni, potrai scegliere i copioni da recitare, i registi e gli attori che gireranno con te”. Un’offerta che non si può rifiutare. Ma lei la respinge: “Mio marito deve terminare la specializzazione per diventare neurochirurgo e mia figlia ha solo un anno. Se a lei va bene posso firmare solo per un film con la clausola di poter tornare in patria se non avrà successo”.

Così è. Il nuovo “Intermezzo” è un successo. Ingrid torna negli USA nel 1940 mentre in Europa c’è ormai la guerra. Il marito e la figlia decidono di rimanere nel vecchio continente, lei torna da loro durante tutte le pause di lavoro. La Bergman evita per quanto può i facili sentimentalismi cercando sempre ruoli di carattere. Selznick la cede spesso ad altre case di produzione ottenendo notevoli tornaconti. Lei ai soldi non bada molto.

Intermezzo con Howard e Bergman

Nel 1941 la MGM le offre su un piatto d’argento il ruolo della fidanzata di Spencer Tracy ne “Il dottor Jekyll e Mr. Hyde”. Lei stufa di personaggi melensi si ribella e riesce a farsi dare la parte della cameriera Ivy, vittima del mostro.

Nel 1942 si ritrova in prestito alla Warner. E’ un film piccolo e a basso costo diretto da Michael Curtiz. C’è Humphrey Bogart. Si chiama “Casablanca”. Diventerà uno dei classici di tutti i tempi.

Per chi suona la campana - Bergman

Nel 1943 riceve la sua prima nomination all’Oscar come migliore attrice per il film “Per chi suona la campana”, deve aspettare solo un anno per aggiudicarsi la sospirata statuetta grazie al film “Angoscia”.

Alfred Hitchcock la chiama due volte di seguito per “Io ti salverò” e “Notorius”, il film che passa alla storia per il bacio più lungo della storia del cinema.

Quel bacio segna anche il suo addio a Selznick. E’ il marito della Bergman, Peter, ad aprirle gli occhi: “Quel Selznick ti ha sfruttata, ha incassato milioni di dollari mentre a te ne dava solo 80 mila all’anno”. Dopo un primo passo falso, il confuso “Arco di Trionfo”, la Bergam decide che è arrivato il momento di rischiare. Per anni aveva chiesto invano a Selznick di poter interpretare il ruolo di Giovanna D’Arco, stavolta costituisce una società di produzione indipendente e realizza il suo film. Costa cinque milioni di dollari ma è un successo. Vince tre oscar. Ma non basta a darle la solidità che cerca. L’incertezza la attraversa come un dardo. Un paio di film poco riusciti la portano a riflettere sull’eccessiva importanza che Hollywood attribuisce al lato commerciale del cinema, a scapito dell’aspetto artistico. L’estenuante lontananza a rivedere il suo matrimonio.

Ingrid Bergman in Giovanna d'Arco 1948

L’Italia di Roberto Rossellini

Intreccia una relazione con il fotoreporter ungherese Robert Capa, ormai famoso in tutto il mondo per la foto scattata, durante la guerra civile spagnola, a un soldato dell’esercito repubblicano colpito a morte da un proiettile sparato dai franchisti. Grazie a lui si avvicina alla nuova ondata di cinema europeo, in particolare al neorealismo italiano. Ingrid si imbatte così in “Roma città aperta”. E’ una folgorazione per lei. Aspetta trepidante che esca il secondo film del regista e dopo aver visto “Paisà”, prende carta e penna e scrive a Roberto Rossellini una lettera ironica e sfrontata che rimarrà celebre:

Caro Mister Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà, e li ho apprezzati molto. Se ha bisogno di un’attrice svedese che parla molto bene l’inglese, non ha dimenticato il tedesco, non riesce a farsi capire bene in francese e in italiano sa dire soltanto “Ti amo”, sono pronta a venire per fare un film con lei.

I miei migliori saluti

Ingrid Bergman

La famosa lettera che la Bergman scrisse a Rossellini

Rossellini la riceve a Roma il 7 maggio 1948, il giorno prima del suo quarantaduesimo compleanno e capisce subito che non può lasciarsi scappare l’opportunità. Lei, dopo “Casablanca”, “Per chi suona la campana”, “Notorious”, quattro nomination e un Oscar vinto, è l’attrice più famosa del mondo.
Nel cassetto ha un copione ambientato a Stromboli ma è destinato alla sua compagna, Anna Magnani. La incontra a Londra (dove lei sta girando con Hitchcock), a Parigi (impegnata nelle riprese de “Il peccato di Lady Considine“) dove le propone il progetto del film, a New York e a Los Angeles (dove Rossellini stesso è andato a ritirare i premi per “Roma città aperta”).

Rossellini non sa una parola di inglese. La Bergman in quel momento parla quattro lingue: svedese, tedesco, francese e inglese (a queste si aggiungerà l’italiano). Scelgono il francese. Rossellini le propone la parte della protagonista del suo nuovo film, “Stromboli”, come risposta la Bergman lo invita come ospite d’onore a un party nella sua villa californiana, in Benedict Canyon. Il regista italiano si ritrova circondato da Frank Capra, Gary Cooper, Bette Davis, mostri sacri con i quali non può comunicare, ma il suo obiettivo è solo uno: Ingrid. La raggiunge in cucina per potere restare un momento da solo con lei e, travolgendola con la sua passione, la rende madre in quel momento stesso.

La calda estate del 1949: la guerra delle isole e le amanti del Vulcano

E’ bufera. Rossellini rompe con la Magnani e con il giovane produttore siciliano, il principe Francesco Alliata, che si era impegnato a girare Stromboli con l’attrice italiana. Alliata cambia il titolo del film in “Vulcano”, decidendo di girarlo nell’ isola eoliana adiacente, mantiene la Magnani e scrittura al posto di Rossellini il regista tedesco William Dieterle.
Grazie alla notorietà della Bergman, Rossellini ottiene un finanziamento da Howard Hughes, il leggendario regista, aviatore e produttore americano (tra gli altri di “Scarface” di Howard Hawks) rievocato in anni recenti dal volto di Leonardo DiCaprio nel film “The Aviator” di Scorsese. Nella primavera del 1949 parte la lavorazione di “Stromboli terra di Dio“.

Ingrid Bergman a Stromboli

Regista e attrice arrivano a Stromboli sul San Lorenzo, un barcone da pesca lungo 15 metri, sul quale Rossellini ha caricato tutto quello che serve per realizzare il suo film: attori, comparse, tecnici, macchine da presa, riflettori, rotoli di filo elettrico, sacchi di farina e scatolette di pomodoro. Mentre la Bergman osserva con lo sguardo poetico di un fanciullo la lava rossa che avvolge il vulcano come un labbro insanguinato, Rossellini, creativo con i piedi per terra, cerca una casa dove sistemarsi. Ne trova una rosa con quattro stanze vicine al mare, sarà l’unica dimora nella quale dormiranno per i successivi mesi sua sorella, la sua segretaria, lui e Ingrid.

La casa rosa di Stromboli dove vissero Roberto Rossellini e Ingrid Bergman41637439

La lavorazione è spaventosamente complicata. Una impresa meravigliosa ma terribile. Tra gli infiniti imprevisti avviene anche l’eruzione del vulcano che atterrisce la troupe e la popolazione ma regala al lucido Rossellini l’occasione d’oro di filmarla. Stremata dalle condizioni precarie alla Bergman un giorno sfugge un “Maledetti questi film realisti!”. Rossellini per addolcirla le regala un bulldog nero che chiama Stromboli.

Ma non basta. La Magnani si vendica decidendo di girare negli stessi mesi nell’isola vicina il film “Vulcano”, con Rossano Brazzi. La “guerra delle isole” – quella tra la Stromboli della Bergman e la Vulcano della Magnani – attira giornalisti di tutto il mondo per seguire la sfida privata e pubblica delle amanti del vulcano.

Rossellini e Bergman a Stromboli 01

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Le due troupe non pensano alla cronaca rosa, per loro è una gara a chiudere il film per godersi la prima ribalta. Rossellini sulla carta è in vantaggio, ha iniziato presto e ha otto settimane preventivate, come Dieterle che però ha raggiunto le isole Eolie più tardi. Ma non si può vincere una gara di puntualità con un tedesco. A lui ne bastano sette, Rossellini, distratto anche dalla passione con la Bergman, ce ne mette quindici.

Alla fine dell’anno la stampa pubblica la notizia della gravidanza della Bergman. Da icona dello stile l’attrice diventa un’adultera da lapidare. Hollywood le imprime il suo marchio spietato: Hollywood’s apostle of degradation. Per tutti ormai è lei l’apostolo della degradazione del cinema. Il male da combattere. Stampa, politica e opinione pubblica, suggestionati a catena tra loro in maniera esponenziale, montano contro di lei una campagna denigratoria senza precedenti. Il senatore Edwin Johnson del Colorado l’etichetta “potente distillatrice del male e cultrice del libero amore”. Johnson accusa anche Rossellini di avere sottratto agli Stati Uniti la star più preziosa. Solo Ernest Hemingway si schiera a suo favore. Se il pubblico le si rivolta contro, anche il privato non è da meno. Il dottor Lindstrom, suo marito, chiede prima il divorzio e di seguito ottiene l’affidamento della figlia Pia.

Stromboli

Poche settimane dopo i due film escono in contemporanea. Vulcano viene presentato a Roma il 2 febbraio 1950 al cinema Fiamma di via Bissolati, ma le eruzioni non sembrano terminate: il proiettore va a fuoco. Quando viene sostituito la stampa è sparita. “Dove vanno tutti?”, urla la Magnani con gli occhi sbarrati. La risposta la lascia di sasso: “E’ appena nato il figlio della Bergman, i giornalisti sono corsi in ospedale”. E’ la sconfitta definitiva.
L’evento gonfia il clamore del film di Rossellini rubando tutti gli spazi dei giornali e al botteghino “Stromboli” straccia “Vulcano”. La guerra dei vulcani l’ha vinta Ingrid.
Negli USA invece i media le voltano le spalle e il film, complice un montaggio che stravolge la pellicola, è un flop.

Due anni dopo, gli ormai coniugi Rossellini danno alla luce le gemelle Isotta Ingrid e Isabella. L’immagine di Ingrid Bergman madre amorevole riconquista le simpatie del pubblico. L’attrice ha trovato la sua serenità a Roma, dove ormai vive (con Roberto Rossellini e i suoi tre figli (nel cuore dei Parioli, nella sua casa luminosa di viale Bruno Buozzi) e lavora (due titoli su tutti: “Europa 51” e “Viaggio in Italia”, diretta sempre dal marito).
Non dura molto. L’uccello migratore inizia a sentirsi in gabbia. Riceve proposte dall’estero, ogni tanto è lei a dire no, ma spesso è il marito che vuole essere il solo a dirigerla.

Secondo Oscar, terzo marito

Gli Oscar del 1955 segnano la rivincita di Anna Magnani. Vince l’Oscar come migliore attrice per “La Rosa tatuata” mentre il matrimonio tra Ingrid e Roberto sta crollando. Se aveva perso la guerra dei vulcani ora si è aggiudicata il secondo turno. Ma in dodici mesi perderà la “bella”.

Ingrid Bergman e Yul Brinner in Anastasia
Il richiamo degli studios e della 20th Century Fox infatti è troppo forte per resistervi. Nel 1956 le propongono “Anastasia”. Ingrid accetta. La sua interpretazione è commovente, il pubblico la perdona per i suoi errori, la critica la riabilita e l’Academy le consegna il suo secondo Oscar come miglior attrice (lo ritirerà il suo amico Cary Grant). Ingrid Bergman è di nuovo una star di Hollywood.

Mentre Rossellini si trova in India per un documentario lei conosce un impresario teatrale svedese Lars Schmidt, a dicembre diventa il suo terzo marito. Grazie a lui l’attrice torna regolarmente in Svezia per passare le vacanze estive portando tutti i suoi figli nella piccola isola di fronte alla cittadina di Fjällbacka.
In Lars trova una persona che ha fatto le sue stesse esperienze, che ha vissuto negli stessi paesi, a lungo anche in America, come lei. Lars viaggia molto, come lei, ma la sua gioventù l’ha passata in Svezia, come lei. Le sue radici sono in Svezia: “Ho scoperto in lui tante piccole cose che sono le mie cose: scherzi, sfumature, ricordi impalpabili, cose di bambini che non posso trovare in altri”.

Gli ultimi anni

Il successo, il perdono e la maturità la stabilizzano. La ricoprono di offerte ma lei desidera restare vicino ai figli. Si stabilisce in Europa (prima a Parigi, poi a Londra), alterna lavoro e famiglia, film americani ad altri europei, cinema e teatro (a volte anche televisione). Per due anni sparisce dal mondo per restare vicino alla figlia Isabella sottoposta a un delicato intervento alla schiena a una lunga riabilitazione.

E’ Gustaf Molander che nel 1967 riesce a farla uscire dal suo ritiro. Le propone un film svedese, “Stimulandia”, lei al regista che l’ha lanciata non può dire di no. Nel 1974 accetta un piccolo ruolo ne “Assassinio sull’Orient Express”. La porterà al suo terzo Oscar, stavolta come non protagonista. Lei quasi si schernisce ma i votanti sottolineano che nella lunghissima scena senza stacchi dell’interrogatorio con Poirot la sua interpretazione è stata superlativa. Ingrid replica ricordando che ne “Il peccato di Lady Considine” aveva recitato in un piano sequenza ancora più lungo. E pubblicamente afferma: “L’Oscar lo meritava di più la mia amica Valentina Cortese”, candidata per “Effetto notte” di Francois Truffaut.

Le diagnosticano un tumore al seno. Si sottopone prima a un delicato intervento, poi a una invasiva chemioterapia. Ingrid vive con coraggio la sua sfida. Senza che neppure se ne accorga inizia a chiudere il suo cerchio. Dopo aver lavorato con chi l’ha lanciata si riavvicina alla terra dove è nata, alle sue radici. La Svezia mai rimpianta (“Non le sono stata molto fedele, sono un tipo che si adatta piuttosto facilmente ai Paesi degli altri, alle tradizioni degli altri, ai gusti degli altri”). E nel 1978 si lascia dirigere dal regista connazionale (e omonimo) Ingmar Bergman in “Sinfonia d’autunno” nel ruolo di una pianista divorata dalla propria arte che antepone la propria carriera ai figli. Il film è un capolavoro e la sua parte (che la conduce alla settima nomination all’Oscar) è la più commovente di tutta una carriera. E’ il suo canto del cigno, l’ultima prova per il cinema. Nei panni di una pianista era stata lanciata (con “Intermezzo”) e a una pianista affida l’ultima sua immagine. Il cerchio è chiuso.

Sinfonia d'autunno Bergman

Nel 1980 la malattia si manifesta di nuovo, lei fa in tempo a dare alle stampe le sue memorie “Ingrid Bergman – La mia storia”.
Come aveva confidato nella sua intervista parigina non teme la vecchiaia, anzi la trova riposante, e non ha paura di morire. Non vive la senilità come attesa della morte ma come la conquista definitiva della sua indipendenza: “Non c’è nulla che valga più della libertà, neppure la gioventù”.

Ora sa che può sbagliare con la sua testa e non con quella degli altri. E la sua ultima decisione è quella di non disperdere l’essenza della sua vita. Il padre in quei tredici anni aveva fatto in tempo a consegnarle il suo nocciolo, lei, per il loro bene, ha sempre deciso di lasciare tutti i suoi figli ai rispettivi padri (Pia in Svezia, Roberto, Isabella e Isotta a Roma) ma questo forse le ha tolto una possibilità. E ora che la vita le sta sfuggendo, desidera che qualcosa di lei possa rimanere. Per anni, come le aveva insegnato il padre, aveva fotografato e ripreso la sua vita dentro e fuori dal set (nelle pause di lavorazione aveva sempre una piccola macchina da presa in mano). Se quel suo enorme archivio personale andasse perduto, forse anche la sua vita perderebbe il senso che ha avuto.

Ingrid Bergman e il suo inseparabile Super 8

E’ questa quindi la sua unica e ultima volontà. Che verrà esaudita, grazie al suo genero, il regista Martin Scorsese, secondo marito della figlia Isabella (il recupero e il restauro di tutti i suoi materiali sono ora conservati alla Wesleyan University).

Muore nello stesso giorno della sua nascita, il 29 agosto, esattamente cento anni fa, concludendo in questo modo l’ultimo dei suoi sessantasette anni. E’ il 1982. Le sue ceneri vengono sparse nelle acque svedesi. La diva torna a casa. Stavolta per sempre.

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