Freud? Usava i metodi di Sherlock Holmes

 

Sherlock Holmes è sempre stato piuttosto prodigo di suggerimenti ai suoi imitatori, e, se bisogna dar credito alle malelingue, dobbiamo questa messe di massime al narcisismo del nostro.

Sia come sia, un consiglio svetta tra tutti per la sua chiarezza e la sua pretesa di scientificità. Si trova formulato nel primo capitolo del “Segno dei Quattro”, che si intitola, guarda caso, “Saggio di scienza deduttiva” e che recita: “Eliminando ogni altro fattore, quello che resta deve essere il fattore esatto”. Questo principio ha una formulazione più celebre, non so se dello stesso Conan Doyle o se apocrifa, che suona “Una volta eliminata ogni ipotesi impossibile, quella che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità“. Poiché questa seconda formulazione, oltre a essere più eufonica, è più ricca, pur essendo da un punto di vista concettuale equivalente, sarà questa che prenderò in esame. Inoltre, visto che la presente relazione deve essere incentrata sulla menzogna, quest’ultima formulazione si rivela più utile, poiché pone l’ accento sulla verità; può dunque essere letta come una definizione della verità e quindi, nella sua versione negativa, della menzogna.

Bisogna subito dire che, ad una prima occhiata superficiale, una proposta di metodo del genere appare perfettamente giustificata e legittima. Ad un lettore tipo questo principio sembra il proverbiale “uovo di Colombo”, e questa convinzione viene rafforzata dalla lettura delle avventure del nostro eroe, dove questa massima funge da passepartout per penetrare in qualsiasi mistero.

In primo luogo, come definizione di verità, questa colpisce per il suo carattere monolitico. Ancora più del “cor duplex” di agostiniana memoria, questa non lascia spazio alle menzogne di nessun genere. La verità definita in questo modo ha due caratteristiche che la rendono sempre perfettamente riconoscibile: è, innanzitutto, l’unica ipotesi possibile. Nei racconti di Holmes, per quanto mascherata, la verità salta sempre fuori, in un modo o nell’altro. La verità è indelebile: per quanti sforzi gli avversari di Holmes facciano, non riescono a cancellarla, ma solo a velarla in una fitta trama di false piste. Il crimine e le menzogne che questo comporta, sono come un gioco di prestigio: il mago inganna gli spettatori sviandone l’attenzione per un attimo, ma l’occhio attento non si fa ingannare:tutto sta nello scoprire il trucco, nello svelare il meccanismo.

Una secondo dato che si evince dall’analisi di questa frase, che potremmo chiamare principio analitico di esclusione, è che la verità non ha bisogno di essere plausibile. Grazie al suo carattere monolitico e inconfondibile, non ha bisogno di fornire altre garanzie a chi, come Holmes, sa interpretarla. Sono così possibili gli avvenimenti più improbabili, come accade, ad esempio, nel “Segno dei Quattro”, dove una losca storia di vendetta e di avidità porta, nel bel mezzo della Londra vittoriana, un cannibale delle Isole Adamane.

In breve, chi sa leggere il reale, non ha bisogno di andare a tentoni, affidandosi alla plausibilità delle ipotesi: ha come una seconda vista che sorpassa e rende inutile il buon senso borghese.

Per un occhio esercitato esiste, tra la cenere nera di un Trichinopoly e quella bianca dell'”occhio di uccello”, la stessa differenza che passa tra un cavolo ed una patata”.

“Certo che lei ha un vero genio per queste minuzie” osservai.

“Ne apprezzo l’importanza. Ecco qua la mia monografia sul modo di rintracciare le orme, con qualche osservazione sull’impiego del gesso per scultori per fissare e conservare le impronte stesse. Ecco poi un curioso opuscolo sull’ influenza di una determinata arte o mestiere sulla forma delle mani, con fotoincisioni riproducenti mani di conciatetti, marinai, sugherai, compositori, tessitori, sfaccettatori di diamanti”.

Gli oggetti che appaiono muti a Watson, parlano ad Holmes, formando un puzzle di complessità incredibile; una volta definito correttamente il contorno, i bordi sono così frastagliati che uno e un solo pezzo è in grado di unirsi agli altri: la verità.

Per contro, la menzogna ha caratteristiche molto meno mistiche e ben più mondane. Doyle afferma con Montaigne che la verità ha un solo volto, ma che il suo rovescio è infinitamente sfaccettato. Inoltre, la menzogna è costretta, per nascondersi, a camuffarsi tra le altre ipotesi con la verosimiglianza, traendo in inganno il sano “common sense” del lettore e della sua personificazione, il Dottor Watson. Alla luce di quanto detto sopra, inoltre, la complessità del reale è tale che solo un pezzo può incastrarsi perfettamente con la catena di avvenimenti precedenti e successivi. E’ impossibile quindi per chiunque, anche per un genio come il professor Moriarty, un lavoro di intaglio così raffinato da creare un pezzo che sostituisca quello originario in tutto e per tutto. Di conseguenza, per quanto ciò possa sembrare strano, la menzogna è impossibile.

Alla luce di queste considerazioni preliminari, è giunto il momento di vedere il nostro eroe all’opera.

Siamo nello studio al 221/b di Baker Street. Holmes si è appena iniettato la sua soluzione di cocaina al sette per cento. Per svegliarlo dal torpore in cui una lunga inattività l’ha gettato, Watson gli lancia una sfida.

“Una volta lei ha affermato che è difficile che un individuo si serva quotidianamente di un oggetto, senza lasciarvi impressa qualche traccia della sua personalità, in modo che un osservatore esercitato non possa non decifrarla. Ecco dunque un orologio di cui sono venuto in possesso da poco tempo. Vorrebbe usarmi la cortesia di esprimermi un giudizio sul carattere e le abitudini del suo defunto proprietario?”.

E’ importante notare la scelta lessicale nel brano qui riportato: l’utente “imprime” parte della sua personalità sull’oggetto, come se la verità sporcasse o contaminasse tutto ciò che tocca. Holmes osserva l’orologio con attenzione, prima a occhio nudo, poi con l’aiuto di “una potente lente convessa“. In un primo momento si lamenta che qualcuno ha ripulito l’orologio, privandolo così di molti indizi importanti, e che quindi la sua diagnosi sarà per forza incompleta. Nonostante questo …

“Salvo rettifiche da parte sua, io direi che quell’orologio è appartenuto a suo fratello maggiore, il quale a sua volta dovette ereditarlo da vostro padre.”

“Suppongo che questo lei lo abbia dedotto dalle iniziali H.W.  incise nella cassa”.

“Precisamente. Il W. mi fa pensare al suo cognome. La data dell’orologio risale a quasi cinquant’anni fa, e le iniziali sono vecchie quanto l’orologio, perciò appartiene alla generazione passata. Gli oggetti preziosi di solito vengono trasmessi al figlio maggiore, e accade spesso che questi porti il nome del padre. Suo padre, se ben ricordo, è morto da molti anni. Perciò l’oggetto in questione deve essere stato nelle mani di suo fratello maggiore.”

“Fin qui il suo ragionamento fila a perfezione. Ma non ha altro da dirmi?”.

“Suo fratello era un uomo di abitudini trascurate. Gli sono capitate molte buone occasioni, ma lui ha buttato via ogni possibilità di successo, vivendo a volte poveramente, a volte con brevi intervalli di prosperità, finché, datosi al bere, non è morto. Ecco tutto quello che ho potuto intuire.”

Mi alzai dalla seggiola e mi misi a zoppicare per la stanza, il cuore pieno di amarezza.

“Questo è indegno di lei, Holmes” esclamai. “Non mi sarei mai immaginato che lei potesse abbassarsi a certi trucchi meschini. Lei si è informato sui trascorsi di mio fratello, e adesso finge di esserne venuto a conoscenza grazie a deduzioni fantastiche. Non pretenderà che io creda che lei abbia letto tutti quei particolari in un vecchio orologio. E’ proprio un’azione poco cortese da parte sua, e, se devo dirle tutta la verità, mi sa un po’ di ciarlataneria!”.

“Mio caro dottore”, replicò affettuosamente il mio compagno, “la prego di accettare le mie più profonde scuse. Considerando la cosa dal punto di vista puramente astratto, avevo dimenticato che per lei si trattava invece di un argomento personale e doloroso. Comunque, le garantisco che non sapevo neppure che lei avesse un fratello sino al momento in cui lei mi ha dato da esaminare l’orologio!”.

“Ma allora mi sa dire, in nome di tutte le potenze occulte, come è riuscito a indovinare tutti quei fatti… che sono effettivamente esatti sin nei più minuti particolari?”.

“Bè, in questo caso sono stato aiutato dalla fortuna: io non potevo dire se non quello che era il risultato di un calcolo di probabilità, ma non mi aspettavo di essere stato così preciso”.

“Non è stato un semplice tirare a indovinare?”.

“No, io non tiro mai a indovinare: è un’abitudine odiosa e distruttrice delle facoltà logiche. Ciò che le sembra strano, è tale per lei unicamente perché non segue la mia linea di pensiero e non osserva i piccoli fatti da cui possono derivare grandi conclusioni. Per esempio, ho incominciato col dichiarare che suo fratello era una persona trascurata. Se osserva con attenzione la parte inferiore della cassa dell’orologio, noterà che questa non  soltanto è intaccata in due punti, ma è tutta segnata e graffiata dall’abitudine di tenere insieme all’orologio, nella medesima tasca altri oggetti duri, come ad esempio monete o chiavi. Naturalmente non ci vuole un genio per dedurne che un uomo che tiene così un orologio da cinquanta ghinee deve essere un tipo trascurato. D’altronde, non è un’illazione troppo azzardata arguire che un individuo che eredita un oggetto di tanto pregio deve essere ben provvisto di altri beni di fortuna.”

Annuii , per dimostrargli che lo seguivo.

“Qui in Inghilterra gli strozzini su pegno, quando ritirano un orologio, hanno l’abitudine di segnare con la punta di uno spillo, all’interno della cassa, il numero della ricevuta. E’ più comodo che appiccicarvi un’etichetta, e non vi è pericolo di perdere o di scambiare il numero. Di questi numeri, ben visibili con la mia lente, ce ne sono quattro incisi nell’interno della cassa. Dal che si deduce che suo fratello si è trovato spesso in cattive acque. Seconda illazione: ha avuto momenti saltuari di prosperità, altrimenti non sarebbe stato in grado di riscattare il pegno. Infine le chiedo di esaminare la placca interna, quella che contiene la serratura della chiavetta. Guardi le infinite graffiature che circondano tutt’intorno la serratura e che indicano i punti in cui la chiavetta è scivolata. Un uomo in sè avrebbe tracciato tanti solchi prima di ricaricare il suo orologio? Non vedrà mai l’ orologio di un ubriacone senza questi segni. Lui lo carica di notte, lasciandovi sopra le tracce della sua mano malferma. Dov’è il mistero in quanto le ho esposto sinora, mi dica?”

“E’ chiaro come la luce del giorno” risposi.

Prima di analizzare questo passo nel dettaglio, sarà utile notare un paio di cose. La Verità (e la maiuscola è più che mai appropriata) fa il suo ingresso a dispetto di ogni ripulitore. La vita dissoluta del fratello di Watson ha irrimediabilmente lordato l’orologio, ed è come se questo, nelle fredde mani di Holmes, lamentasse tutte le crudeltà che gli sono state inflitte. Non importa che le tracce fisiche dello sporco siano state ripulite con cura: nessuno potrà mai cancellare la sgradevole verità, che Holmes riferisce a Watson con la freddezza di un patologo. L’ira di quest’ultimo e la sua incredulità non scaturiscono solo da ciò che l’amico dice e da come lo dice (ed è comunque curioso notare che sull’orologio si ritrovino solo le tracce dei difetti del defunto e non dei suoi pregi), ma perché, come il lettore, il suo buonsenso borghese gli impedisce di credere che una cosa così inverosimile (cioè che Holmes ricostruisca la vita di una persona mai vista grazie ad un semplice orologio) possa essere vera. Ma alla fine Holmes, svelando i suoi processi mentali, mostra la verità a Watson, che è costretto ad ammettere, non senza una punta di ironia, “E’ chiaro come la luce del giorno“. La Verità ha nuovamente trionfato, e il romanzo può ora iniziare senza altri indugi.

Graham Greene, nella sua prefazione al “Segno dei Quattro”, parla, per il passo citato, di uno dei migliori esempi dell’arte deduttiva di Holmes; e in effetti tale capacità è in queste pagine quantomeno strabiliante. Comunque sia, essendo il capolavoro del metodo analitico di Holmes, dovrebbe valere per muovere una serie di critiche all’essenza stessa del sistema ed al principio analitico di esclusione che ho prima analizzato. Visto ad occhio nudo, tutto torna perfettamente, ma analizzando la scena “con l’aiuto di una potente lente convessa“, come farebbe Holmes, si può vedere qualche profonda crepa nell’intelaiatura del discorso. Mi riferisco in particolare alle parole del nostro eroe, quando ammette “sono stato aiutato dalla fortuna: io non potevo dire se non quello che era il risultato di un calcolo delle probabilità“. Una volta messo alla prova, Holmes stesso mette in crisi la presunta inconfondibilità della verità, che è il fondamento epistemologico sul quale si basa il suo sistema; si  può subito notare come sia una pia illusione credere che un effetto abbia una ed una sola causa, e che quindi alla fine, sia una ed una sola l’ipotesi possibile. Quando questo avviene, come egli stesso ammette, non si può non notare come la fortuna giochi un ruolo pesante in questo processo. Per ogni scienziato che si rispetti, ed Holmes si definisce tale, la fortuna è una variabile assai scomoda, e deve essere trattata alla stregua di un conoscente di cui ci si vergogna: può essere utile, ma è bene non mostrarlo troppo in pubblico. Non a caso, si affanna subito a spiegare che non ha tirato ad indovinare. Nonostante questo, la sostanza delle critiche resta sempre la stessa; e si badi bene, qui non è in gioco un errore dell’osservatore, perché, come Holmes stesso nota, “la vita non è abbastanza lunga perché un qualsiasi mortale possa raggiungere il più alto grado di perfezione in questo campo“. Il problema qui è un altro: non è una manchevolezza di Holmes, il fatto è che quei segni potevano avere molte altre cause, come per esempio i danni ricevuti nel trasporto. Inoltre, chi assicurava ad Holmes che l’orologio fosse stato riscattato sempre dalla stessa persona? Perché la mano malferma che ha tracciato i solchi sul quadrante deve essere quella di un ubriacone, e non quella di un Parkinsoniano? Quindi, anche nel mondo ideale di Holmes, la verità non è unica, ma molteplice.

Di conseguenza, la frase iniziale andrebbe corretta come “una volta eliminata ogni ipotesi impossibile, quelle che restano, per quanto improbabili, dovrebbero essere la verità“. Ma anche una volta che questa correzione è stata fatta ci si presenta un ulteriore problema di difficile soluzione. Avevamo detto che la verità, essendo inconfondibile, non aveva bisogno di altre garanzie per essere vera: ma adesso che siamo passati dal campo della certezza a quello della possibilità, è diventato impossibile distinguere tra impossibile e improbabile. E anche senza questo problema aggiuntivo, è doveroso notare che il principio in esame, per essere veramente scientifico, è decisamente troppo vago. Cosa si intende per impossibile? Cosa fa Holmes per evitare che questa categoria sia solo il frutto di una sua arbitraria scelta? Che garanzie offre in questo senso? Interrogato sulla sua infallibilità, Holmes non può che rispondere “sono stato aiutato dalla fortuna: io non potevo dire se non quello che era il risultato di un calcolo di probabilità.”

Visto il suo invidiabile status di creatura di fantasia, egli può comunque fare un affidamento sul caso che una sua controparte reale non potrebbe permettersi: nel suo caso, il destino si chiama Arthur Conan Doyle. Il fato non può fare a meno di aiutarlo ogniqualvolta ce ne sia bisogno, perché ciò è necessario allo svolgersi del racconto. Sarebbe comunque irrimediabilmente ingiusto descrivere il nostro eroe come un semplice raccomandato dotato di una fortuna prodigiosa. E’ più corretto dire che Holmes si muove in un ambiente artificiale creato ad hoc dallo scrittore per renderlo in grado di applicare senza tema di smentita il suo principio deduttivo.

C’è un ottimo motivo per cui Conan Doyle non può permettersi il lusso di affidarsi unicamente al caso, ma, al contrario, di farne uso solo quando sia strettamente necessario: per dare vita ad Holmes, lo scrittore ha necessariamente bisogno di un complice, il lettore. Come viene largamente ammesso, quando si legge un’opera di narrativa entra in gioco un meccanismo noto come “sospensione dell’incredulità”. Il lettore finge che per tutta la durata della narrazione il narratore dica solo la verità e che tutto quanto gli viene detto sia plausibile, a meno che non ammetta esplicitamente il contrario. Per fare questo il lettore deve abbassare quegli schemi difensivi che nella vita di tutti i giorni lo difendono, o dovrebbero difenderlo, dai bugiardi. Solo una difesa, l’ultima e la più importante, resiste allo scempio: si tratta di quel muro più o meno solido che dovrebbe fungere da spartiacque tra realtà e fantasia. Ci si dice, in sintesi “Magari è impossibile, ma cosa importa? Tanto non è vero niente”. Se però il narratore abusa della fiducia che gli è stata concessa, il lettore reagirà esattamente come se fosse stato preso in giro, e riattivando le sue protezioni sottoporrà l’opera in questione a un  fuoco incrociato di obiezioni tale da non lasciare scampo ad una qualsiasi licenza dell’autore.
Se quanto detto sul rapporto narratore-lettore è vero, appare chiaro quanto sia sterile accusare una qualsiasi opera di non essere abbastanza realista. Il problema veramente in gioco per l’autore non è quello di dire la verità, ma di saper raccontare le bugie. Se Holmes inciampasse in ogni indizio per puro caso, Conan Doyle\Watson non sarebbero più credibili, anche se ho mostrato che è più plausibile che il suo sistema funzioni per una fortuita coincidenza che non per il carattere numinoso della verità o per qualche misteriosa capacità del suo utente. Per citare John Fowles “criticare l’epopea di Sherlock Holmes è come prendere una farfalla con un martello” e  ancora “evidenziare gli errori significa rendersi colpevoli di mancanza di humour, sarebbe come criticare Alice nel Paese delle Meraviglie per mancanza di realismo”.

Quello che ho detto fino ad ora, quindi, è molto più utile per esaminare i meccanismi che hanno permesso a un sistema fasullo di funzionare, piuttosto che per muovere critiche all’opera di Arthur Conan Doyle.

Per riassumere, l’autore deve attuare due mosse per evitare che il buon senso del lettore venga a scocciarlo di continuo. In primo luogo assicurarsi la sua complicità  divertendolo e soddisfacendo le sue aspettative; poi, per rendere più facile il compito al suo complice, deve creare un ambiente funzionale alle sue menzogne, che consenta a lui un ampio spazio di manovra senza correre il rischio di abusare della benevolenza che si è guadagnato. Nel “Segno dei Quattro”, che è il testo fino a qui preso in esame, per ottenere il suo scopo, Conan Doyle attua alcune precauzioni: affermare implicitamente l’assioma “Holmes è un uomo dalle capacità straordinarie, così sorprendenti da sembrare soprannaturali”, il che permette al lettore di prendere per buone alcune cose che sarebbero sospette in bocca a un altro; nella soluzione dei crimini, cercare effetti stranissimi, che siano riconducibili a una sola causa (si veda, ad esempio, tutta la catena di indizi che Holmes trova sulla scena del delitto a Pondicherry Lodge); quando ciò non sia possibile, come nel caso dell’orologio, ricorrere all’intervento della dea bendata, facendo però notare subito che non si tratta di un volgare tiro al piccione, bensì di un ponderato calcolo delle possibilità. Il misfatto è compiuto: grazie alla complicità del lettore e alla propria abilità nel mentire e nello sviare l’attenzione del pubblico, lo scrittore è riuscito a far passare per valido un principio fasullo.

A riprova di quanto detto, vorrei portare la testimonianza di due veri virtuosi della menzogna. “La gente crede nelle bugie, basta che siano abbastanza grosse” diceva Hitler, mettendo in chiaro che per la credibilità delle menzogne è più importante un pubblico ben disposto, come quello della Germania degli anni trenta, che la verosimiglianza delle bugie. Riguardo ai sistemi di protezione che uno scrittore mette a difesa della sua opera, è preziosa la testimonianza di un altro grandissimo giallista, Raymond Chandler, che, a proposito del lavoro che lui e i suoi colleghi svolgevano per le riviste pulp degli anni Trenta e Quaranta, afferma:

“Indubbiamente le storie di quegli individui possedevano almeno un elemento fantastico. Fatti del genere succedevano, ma non così in fretta né dentro un giro così ristretto di persone e neppure secondo uno schema logico così rigoroso. La ragione è che a noi autori si richiedeva azione ininterrotta: se ci fermavamo a pensare eravamo perduti. Avevi un dubbio? Subito far entrare qualcuno con una pistola in pugno. Sembrerà assurdo, ma a me, quando mi rimproverano cose di questo genere, non fa né caldo né freddo. A mio parere uno scrittore che abbia paura di rischiare esagerando un po’, non è meno inadatto al suo mestiere di un generale che abbia paura di perdere”.

Si possono trarre diversi insegnamenti da questo breve passo. Innanzitutto Chandler, autore noto per aver attuato una presunta svolta realistica all’interno del genere poliziesco con le storie di Philiph Marlowe, ammette il carattere fantastico della sua narrativa. In secondo luogo bisogna notare l’apparente paradosso che nasce dalla constatazione che per rendere più credibili le storie bisogna andare in contro ai desideri del lettore, in questo caso velocizzando l’azione, anche se a ben vedere questo, a rigor di logica, dovrebbe rendere le storie meno plausibili. Infine, si vede chiaramente come un trucco apparentemente banale, cioè ravvivare l’azione per distrarre il lettore, venga considerato da Chandler come uno dei ferri del mestiere, e per di più come uno dei più importanti: una di quelle cose che formano l’essenza stessa della narrativa.

Prima di lasciare definitivamente Holmes, vorrei comunque aggiungere altre prove a favore e a sfavore della sua fama di infallibile cercatore di verità. In sua difesa si può dire che Watson stesso ammette che le  conoscenze di filosofia del suo celebre convivente sono nulle, e questo in parte giustifica l’errore di logica che ha compiuto. Al tempo stesso, due considerazioni dovrebbero metterci in guardia: Holmes è un bugiardo impareggiabile, un vero e proprio virtuoso. Nel “Segno dei Quattro” fa il suo ingresso sulla scena un uomo con “la schiena curva, le gambe tremolanti, il respiro affannosamente asmatico. (…) Nell’insieme dava l’impressione di un ex-capitano di mare caduto in povertà e consumato dagli anni”. Costui, come apprendiamo poche righe dopo, altri non è che Holmes, che per l’ocasione è riuscito a trarre in inganno persino il suo convivente, il dottor Watson. Uno che mente con tanta facilità (e per giunta l’unico che riesca a mentire con successo nei racconti di Conan Doyle) come minimo deve essersi fatto una certa pratica. E visto che è Watson a svolgere il ruolo di narratore, chi ci assicura che non sia stato truffato da Holmes propio come nella scena a cui ho fatto riferimento? Inoltre se, come dice Isidoro da Siviglia, “nomen omen“, il nostro eroe non è affatto affidabile come cercatore di verità. Anagrammando “Sherlock Holmes” si ottiene l’infausto presagio “shell mock hero”, ovverosia “l’apparenza inganna l’eroe”. Peggio di così…

Avevo mostrato l’intenzione di estendere le considerazioni fin qui fatte riguardo il metodo analitico di Holmes ad altri tipi di analisi, ed in particolar modo all’analisi per eccellenza: quella freudiana. La pretesa, che a tutta prima può apparire come un capriccio fantasioso, è in realtà meno forzata di quanto sembri. Ci sono infatti molteplici punti di contatto tra il metodo analitico di Holmes e quello di Freud. Innanzitutto il periodo storico e culturale in cui sono nati: il “Segno dei Quattro”, da cui è stato tratto il “Saggio di scienza deduttiva” prima citato, è stato edito nel 1892, l’ “Interpretazione dei sogni” di Freud è del 1899: soli sette anni dividono la nascita dei due sistemi. Inoltre, oltre alla cocaina, Freud e Holmes hanno un’altra grande passione in comune: quella per i dettagli, visti come luogo privilegiato per lo studio e la comprensione della realtà ( per la cronaca, Holmes e Freud si sono incontrati, almeno nella finzione cinematografica: il film si chiama “Soluzione al sette per cento” e narra dei tentativi di Holmes di disintossicarsi con l’aiuto della psicanalisi). Freud parla di “un sapere avvezzo a penetrare cose segrete in base a elementi poco apprezzati o valutati“, frase che sembra pronunciata dallo stesso personaggio che disquisiva dottamente di ceneri e di mani con il dottor Watson. E ancora: “le cose più innocenti e arbitrarie che il paziente mi racconta sono di fatto connesse con il suo stato di malattia”. Infine, durante una discussione sul metodo di attribuzione delle opere d’arte di Morelli, che si basa appunto sull’osservazione dei dettagli più minuti e a prima vista insignificanti, Freud, dopo averne parlato come una delle fonti d’ispirazione dell’analisi, afferma: “Io credo che questo metodo sia usato anche in psicanalisi”. Si potrebbe affermare che si tratti di una pura e semplice coincidenza, o scaricare tutta la responsabilità sul fatto che sia Conan Doyle che Freud si sono laureati in medicina, ma, a ben vedere c’è una terza ipotesi, a mio giudizio ben più stimolante, che mi è stata suggerita da uno stupendo saggio di Francis Lacassin sulla letteratura gialla. La definizione che Lacassin da del detective, di cui Holmes è l’archetipo e il modello ideale, è sorprendentemente applicabile, parola per parola, all’analista freudiano. Infatti, dopo aver paragonato il detective con altre figure del mito, conclude: “Se l’oracolo o Zadig si limitano a rivelare, spesso in anticipo, una verità intangibile e fatale, il detective, come l’eroe, crea, ordina, organizza ciò che grazie a lui diventerà la verità. Non si limita a rivelare, egli agisce e intercede. L’eroe, futuro archetipo del detective, è un intercessore fra l’uomo e l’impossibile (ciò che egli non comprende, ciò di cui ha paura, ciò che lo ossessiona, ciò che lo sconvolge) come il sacerdote lo era tra l’uomo e il sacro o l’aldilà. Il detective continua a intercedere fra l’uomo e ciò che lo circonda; a ristabilire fra l’uomo e il mondo l’equilibrio psicologico che il mistero, l’ingiustizia o il male avevano rotto“.

Spero di riuscire a mostrare come quanto detto qui sopra sia doppiamente valido per l’analista. Per ora, sempre collegandomi a Lacassin, vorrei dare una chiave di lettura che renda conto di questa inaspettata somiglianza, vale a dire la comunità di intenti. Lacassin afferma che la letteratura gialla non può essere definita “lettteratura d’evasione”, intendendo con questo che la molla che spinge il lettore ad appassionarsi alle vicende non è la fuga dal grigiore quotidiano.

In questo nuovo scenario rischiarato da una luce grigia velata dal fumo delle fabbriche, la causa prima dell’azione non è più la ricerca dell’ideale ma il mantenimento dell’ordine. Invece del rischio, la povertà. Invece dell’avventura, la miseria. L’industria ha distrutto l’equilibrio della civiltà in cui ciascuno conservava il posto che Dio gli aveva dato. Ha attirato a sé e concentrato quei diseredati che, dispersi nelle campagne, s’accontentavano di una vita frugale. Moltiplicando le ricchezze sotto i loro occhi, essa ha fatto nascere in loro l’invidia di possederle e la certezza che non ci riusciranno mai. Nasce così il desiderio di cambiare la propria situazione, di arricchirsi prendendo una scorciatoia, fosse anche attraverso la violenza”. E conclude poco dopo: “Grazie al romanzo giallo, l’epopea antica o moderna ritrova un attimo di verità e rivela la sua funzione sociale. Essa assume,  attraverso la mediazione dell’eroe, le passioni che l’uomo sempre più sedentario può sempre meno appagare. Essa realizza quell’equilibrio fra il pensiero mitico e quello razionale, che l’uomo aspettava una volta dall’oracolo o dal sacerdote (…). Forma moderna dell’epopea, il romanzo poliziesco non aiuta l’uomo a evadere, ma a restare nella sua prigione. Esso è molto di più di una semplice scoria della società industriale: è uno dei mezzi della sua imposizione”. Questa interpretazione è sostenuta da quella che danno K. Fohrbeck e A.J. Wiesand, quando affermano: “I romanzi periodici rafforzano norme interiorizzate. Alle donne si suggerisce, già nel titolo, il loro ruolo di sposa fedele e amorosa, di madre piena di abnegazione, di dipendente dagli uomini, vale a dire di amante innalzata a una posizione sociale più elevata. Nei periodici per una clientela maschile si dimostra che solo l’uomo è predestinato al ruolo di eroe, salvatore, Superman intelligente.(…) I romanzi periodici non soltanto distraggono e intrattengono piacevolmente, ma sono condizionanti rispetto allo stress quotidiano e all’adempimento dei ruoli”. Mi sembra piuttosto chiaro, alla luce delle citazioni qui fatte, che in materia la posizione è decisamente univoca: la funzione che svolge il romanzo giallo è quella di assicurare un migliore rapporto con un reale sentito come ostile.

In sintesi, si potrebbe supporre che la narrativa gialla e la psicanalisi svolgano, a livelli diversi, lo stesso compito e che quindi siano nati allo stesso scopo: rispondere positivamente alla “morte di Dio” e alle angosce generate dalla nascita della società industriale, ricreando un’armonia tra l’uomo e il reale che era stata rotta.

In quest’ottica le connessioni tra narrativa poliziesca e psicanalisi non sarebbero casuali, ma strutturali. Mi rendo conto che è una tesi piuttosto azzardata, e che svilupparla pienamente esula dagli scopi di questo articoloe dalle competenze dello scrivente. In ogni modo, almeno dopo una prima superficiale ricognizione, mi sembra un’ipotesi interessante.

Nelle righe precedenti mi sembra di avere mostrato con abbondanza di particolari come il metodo analitico di Freud abbia lo stesso fondamento pratico, vale a dire lo studio sistematico dei dettagli che vengono generalmente considerati insignificanti. Ho inoltre insinuato che questa parentela non sia casuale, perché il romanzo giallo e la psicanalisi sono diverse risposte alla stessa domanda. Resta da compiere l’ultimo passaggio, vale a dire vedere se il principio analitico di esclusione sia applicato anche in psicanalisi, rendendo così possibile estendere quanto affermato riguardo ad Holmes anche a Freud.

In primo luogo vorrei cercare di mostrare se questo sia possibile o meno, facendo riferimento all’analisi di E. Codignola nel suo libro “Il Vero e il Falso”. Il problema insormontabile sembra essere che la psicanalisi funziona, il principio di Holmes no, e che quindi i due elementi dell’equazione siano irrimediabilmente inconciliabili.

In realtà, come abbiamo visto, è più corretto dire che il principio in esame funziona a certe particolari condizioni. Ho molto rozzamente chiamato queste condizioni “complicità del lettore” e “accorgimenti tesi a creare un ambiente favorevole alla menzogna in questione”. Mi sembra chiara la stretta analogia con le due categorie che Codignola individua alla base del processo analitico: da una parte il ruolo attivo svolto dall’analizzando nell’analisi, dall’altra il setting come ambiente artificiale creato per rendere possibile l’utilizzo delle categorie psicanalitiche. Si noti che l’analogia diventa più stretta se si considera che l’analizzando, come il lettore, per trarre il massimo beneficio possibile deve abbassare le difese che normalmente mette in funzione contro il mondo esterno. L’abbassamento delle difese, proprio come durante la lettura, è, insieme alla fiducia verso il “narratore”, non solo necessario, ma è l’essenza stessa del processo. Come il lavoro dello scrittore è inutile contro un’analisi impietosa da parte del lettore, così ogni sforzo dell’analista è vano se non riesce a eliminare le resistenze all’analisi del paziente.

E’ però necessario fare una profonda discriminazione, che renda conto e dia una motivazione alle innegabili differenze che intercorrono tra l’analisi e la lettura di un romanzo: nell’ analisi anche l’ultima difesa, quella riguardo la realtà di ciò che sta avvenendo, deve essere abbattuta. In sintesi, esistono le condizioni perché un principio come quello deduttivo espresso nelle prime pagine possa essere messo in pratica e fatto funzionare. Visto che è l’analista a decidere preventivamente cosa è vero e cosa è falso, proprio come fa uno scrittore, niente gli impedisce di considerare vero il nostro principio, laddove “vero” non vuol dire altro che “non ulteriormente analizzabile”.

E’ comunque doveroso aggiungere che sarebbe scorretto ritenere che il principio sia utilizzato solo perché in linea teorica niente lo impedisce. Il fatto che ognuno potrebbe ammalarsi di cancro non significa che tutti siano malati. Dobbiamo quindi chiederci “Cosa comporterebbe se un principio del genere venisse adottato? Quali ne sarebbero le conseguenze?”. Se si ammette l’esistenza di un’unica ipotesi vera, intesa come unica ipotesi possibile, si ammette che esista un’identità, l’unica vera, che può essere letta grazie ai segnali che questa manda a dispetto degli sforzi del paziente. L’identità che il paziente fornisce, cioè quella più verosimile a prima vista, è falsa, quella vera può essere rintracciata dall’analista grazie ad una miriade di piccoli indizi. In sintesi, tutto sta nel postulare l’esistenza di un’identità inconscia. Analizzare sarebbe quindi un processo simile a quello che Michelangelo individua nella scultura: liberare una forma latente all’interno di un blocco di marmo. Se il paragone è corretto, però, come la statua preesiste nel marmo, così l’identità inconscia deve preesistere nell’individuo. Ritengo che sia fra gli psichiatri, sia a livello di senso comune, questa sia un’interpretazione generalmente accettata, e non mi sembra quindi ozioso il discutere se sia fondata o meno. E’ la posizione di coloro che vedono nella psichiatria la ricerca di un’identità vera e libera dalle convenzioni sociali. Ma se l’inconscio non fosse un’identità? Se, come dice Oscar Wilde, “tolta la maschera, scompaiono le differenze, emerge sempre uguale la natura umana e ogni interesse si disperde di fronte ad un volto atroce e immodifocabile?”. Se, in sintesi, quest’identità non preesistesse? A sostegno di questa fila di interrogativi, vorrei portare le celebri e discusse tesi che Erving Goffmann espone nel suo libro “La vita quotidiana come rappresentazione”. E’ indubbio che Goffmann non prenda mai posizione in nessuno dei due sensi, se non in un fugace accenno nell’ultimo capitolo: “Il sé, quindi, come personaggio rappresentato, non è qualcosa di organico che abbia una collocazione specifica, il cui principale destino sia quello di nascere, maturare e morire; è piuttosto un effetto drammaturgico che emerge da una scena che viene presentata“. Subito dopo, però, si premura di correggere il tiro: “il problema fondamentale, il punto cruciale è se verrà creduto o meno“. Bisogna però aggiungere, che la teoria di Goffmann nasce dalla tesi di Durkheim “la divinità è il prodotto dei rituali collettivi”, e sarebbe futile non notare che Durkheim era ateo, e che due più due generalmente fa quattro. Aldilà del facile umorismo, ritengo che non sia una forzatura leggere nelle tesi di Goffmann la negazione di ogni identità che non sia un effetto drammaturgico.

Ricapitolando, se l’identità fosse solo il prodotto delle interazioni sociali, e l’inconscio non fosse altro che un groppo di istinti e pulsioni comuni a tutti gli uomini, la psicanalisi non potrebbe ristabilire nessun rapporto tra identità sociale e identità inconscia, semplicemente perché quest’ultima non esisterebbe.  Il lavoro dello psicanalista sarebbe quindi, a ben vedere, più simile a quello del sarto che a quello dello scultore: il nocciolo del problema non sarebbe di sgrezzare un blocco di marmo, di liberare un’anima, ma di aggiustare un vecchio vestito che è passato di moda. Con un atto creativo, l’analista aggiusta, ed in parte crea, l’identità del paziente: creerebbe quindi un personaggio, proprio come uno scrittore. Si potrebbe obbiettare che quest’analisi è comunque scorretta, perché Codignola afferma esplicitamente che vero e falso sono categorie non applicabili all’ analisi; sarebbe quindi inutile parlare di identità vera o falsa del paziente. Ma le due categorie in questione non sono applicabili all’interno dei processi analitici, non a tutto ciò che concerne l’analisi. Infatti, posto anche che la definizione di vero come non analizzabile sia valida ed estendibile anche ad altri campi oltre che alla psicanalisi, o addirittura che sia valida in senso assoluto come definizione di verità, poiché l’identità del paziente esce fuori dal setting, facendo questo si espone a criteri di valutazione “vero-falso” diversi da quelli psicanalitici, a meno che non si voglia affermare che l’analisi freudiana è il metodo assoluto di riferimento del reale. Si può al massimo dire, come fa Goffmann, che, quale che sia il substrato ontologico dell’identità, ciò all’atto pratico è ininfluente: è questo il vecchio argomento secondo il quale, tra un illusione creduta vera e la realtà, non c’è alcuna differenza. Del resto, però, è ininfluente, all’atto pratico, distinguere tra il fenomenismo empirista di Berkley e il realismo ontologico, e nonostante questo, il problema è stato dibattuto ed è tuttora di grande interesse.

Per concludere, vorrei notare come Sherlock Holmes sia stato sconfitto: l’analisi fornisce quella che è l’unica risposta possibile coerente con la mole di piccoli indizi, e che è però, in ultima analisi, una risposta falsa, non uno smascheramento, ma un cambio di maschera. Anche l’unica risposta possibile è una menzogna, e Freud è riuscito laddove Moriarty ha fallito.

In questo articolo, come si è visto, ho fatto un giro molto lungo per giungere a tre considerazioni. Voglio provare a riassumerle brevemente.

1 ) Il sistema di Holmes non funziona realmente, ma necessita della collaborazione del lettore e dello scrittore per giungere a un qualunque risultato.

2 ) Il sistema di Holmes e quello di Freud hanno diverse analogie, forse imputabili al fatto che perseguono con mezzi diversi lo stesso scopo.

3 ) L’analisi parallela dei due sistemi analitici mette in luce come sia possibile per la psicanalisi far apparire un’operazione in buona parte creativa come un’opera di interpretazione.

Fra le molte critiche che mi vorrei muovere in prima persona, vorrei qui citarne una che ha una certa attinenza con l’argomento dell’articolo. Non so se quanto detto fin qui sia tutto vero, comunque è sicuramente verosimile. In alcuni punti è persino troppo verosimile e questo, come ci spiegava Holmes all’inizio del viaggio, è quasi sempre sintomo della presenza della bugia. Ho insomma paura che, nonostante tutti i miei sforzi, Holmes si sia preso la sua rivincita postuma, cestinando quanto detto fino ad ora sotto l’infamante dicitura “Ipotesi Impossibile”.

 

L’immagine dello studio di Shelock Holmes è di Russ Stutler

 

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