La casa di Alberto Sordi

Fa uno strano effetto ritrovarsi lì davanti. Ora, oggi. Una volta quando si superava piazzale Numa Pompilio, magari provenendo dall’inferno della Colombo, prima o poi si veniva sfiorati da un pensiero (s)fuggente come il nostro passaggio: “Chissà cosa starà facendo”. Adesso che la storia di un italiano si è chiusa tra quelle mura, per qualunque romano la villa che accarezza il declivio di via Druso ha il sapore di un mausoleo. In ogni caso (ormai) è un monumento. Quello di e per Alberto Sordi.

La prima volta che lo vidi avevo vent’anni. Era la mattina di Natale e stavo uscendo di casa con la macchina piena di regali. Lui passeggiava da solo lungo via Denza, a due passi da Villa Glori, nel cuore silenzioso del quartiere Parioli, con il suo cappotto beige, l’aria assorta, lo sguardo fisso, le sopracciglia severe, la bocca buona. C’era il sole quel giorno, l’aria era tiepida e per strada non c’era un’anima. Volevo fermarmi per dirgli qualcosa, ma esitai un po’ per timidezza, un po’ per discrezione e tirai avanti. Era un giorno di festa, avrei potuto dirgli semplicemente “Auguri” o “Grazie”. Ma non lo feci. Qualche anno dopo divenni cronista e una volta il direttore del giornale per cui lavoravo (il grande Mario Di Francesco) mi spedì da lui.

Ci incontrammo un tardo pomeriggio invernale all’Hotel de La Ville, sopra Piazza di Spagna. Ricordo che nei saloni c’era tutto il cinema italiano: Mario Monicelli, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Monica Vitti, i Taviani, Francesco Rosi, Suso Cecchi D’Amico, Gillo Pontecorvo e altri. Quasi tutti avevano lavorato con lui. Quando lo chiamai, lui spaesato, tra i giornalisti che lo circondavano, rispose voltandosi: “Chi è? Chi sei? Dimmi tutto caro” con quel suo timbro miagolato, sentito e visto in tanti suoi film. Parlammo a lungo, tra i flash e la confusione di quella giornata. Trovammo un amore comune, la casa: “Se non fossi diventato attore – mi disse – avrei potuto fare solo l’antiquario”. Mobili, quadri, oggetti: li sceglieva pezzo per pezzo. Ma fece l’attore: “Ho lavorato tanto – disse – e, ogni volta, solo per il pubblico”. Lo salutai quasi abbracciandolo, poi scivolò via. Gli sussurrai: “Grazie per quello che hai fatto”, ma non sentì. Annunziata, la fedele assistente che lo aveva sottobraccio, capì e mi sorrise. Lui scomparve tra la folla.

Ebbi l’occasione di incontrarlo molte altre volte. Una, epica, al Teatro Parioli, quando con Vittorio Gassman e Monica Vitti si ritrovò a rievocare l’intera storia del cinema italiano. L’ultima proprio a casa sua, un’abitazione gigantesca e austera, dove gran parte della sua superficie era “dormiente”. L’interno arricchito da due quadri di De Chirico (“Ettore e Andromaca” e due “cavallini”), oggetti d’arte e un’immensa cineteca. Lo spazio all’aperto accoglieva invece il giardino delle rose, le magnolie, una grande palma e una piscina a forma di bottiglia. Era stata progettata da Clemente Busiri Vici, fu poi dimora del gerarca Dino Grandi e, di seguito, “corteggiata” dall’amico Vittorio De Sica.

Ai tempi d’oro, quelli di “Una vita difficile” o “La grande guerra“, fu teatro di grandi feste: la Loren, la Magnani, la Lollobrigida, la Mangano, la Vitti erano tra gli invitati, ma anche Ponti, De Laurentis, Fellini o il suo vicino di casa, il musicista Piccioni. Negli ultimi anni ci abitava con la sorella Aurelia, la cuoca Pierina e altre sei persone di servizio.

Mi confidò: “Per uno come me che ha sacrificato l’intera sua vita per il lavoro la casa è diventato l’unico rifugio. Ogni mattina mi affaccio alla finestra e sento che sono nel cuore della città, ma lontano dal suo caos”.

Era uno dei suoi sogni: una casa grande dove poter raccogliere tutti i suoi oggetti, camminare lungo i corridoi e passeggiare in giardino per osservare la natura. La trovò nel 1953, una mattina un amico gliela propose: “Che ne dici di un bel casale davanti a Caracalla?”. Tre livelli, una struttura movimentata, un bel giardino. Da un lato via Druso, dall’altro il Parco Egerio.  Due ore dopo era suo.
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Durante quella giornata mi confidò di aver sacrificato l’intera sua vita per una missione che si era prefissato da giovane: fare il cinema per la gente: “Vedi – mi disse – io non mi sono sposato, sono rimasto solo, ho rinunciato a tante distrazioni, ad avventure, ai divertimenti con gli amici perché ho sempre avuto un solo obiettivo in testa. Ma, nonostante le privazioni, sono felice di averlo raggiunto”.

Dopo l’intervista, tornando a casa, lo richiamai per quel “grazie” che non ero riuscito mai a dirgli. Ma riposava. Ripensai a quante volte tutti noi passandogli a fianco eravamo entrati nel suo pensiero beato: “Quando il pomeriggio dormo sento nel dormiveglia le macchine che passano e penso: Ma n’do vanno?”.

Ci sarà un’altra occasione, mi dissi, illudendomi quasi che Albertone era e sarebbe stato eterno. Dopo quella volta però non lo rividi più. A dicembre fui invitato alla festa del Roma Film Festival in suo onore. Ma lui non si presentò. Stava già male. Per tre mesi rimase chiuso dentro la sua casa. Fino a che, una notte, ci lasciò.

In Campidoglio alle quattro del mattino c’era ancora un mare di folla. Quando lo vidi lì sdraiato mi mancò il respiro e non riuscii a dire e pensare nulla. E solo alla fine, sul libro che era a due passi da lui finalmente riuscii a scrivergli quel “Grazie” che tanto volevo dirgli. Stavolta, pensai, lo avrà sentito.

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