Il declino dell’impero americano

E’ il solito discorso del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Ma è anche una questione di punti di vista. E quando in ballo ci sono i primati, dati e classifiche sembrano dare differenti risultati in base a metodologie adottate, obiettività, committenti e scopi.

E’ il dibattito di questi mesi: gli Stati Uniti hanno perso la leadership nell’innovazione? Secondo Fareed Zakaria, opinion maker del Newsweek, gli Usa vanno a passo di gambero nei settori industriali legati allo sviluppo dell’economia. Il futuro della ricerca scientifica volge ormai altrove. A Oriente.

Eppure secondo il World Economic Forum, la fondazione che riunisce politici, economisti, intellettuali e giornalisti per discutere delle questioni planetarie più urgenti, gli Usa sono gli indiscussi detentori del primato dell’innovazione.

Classifiche di questo genere talvolta possono contare poco, specie se sono frutto di chiacchiere (anche se si tratta di signore chiacchiere, dal momento che escono dalla bocca dei maggiori Ceo del globo) e non di statistiche, che da noi è come dire: fumo, non arrosto. La qualità e soprattutto la consistenza del piatto sono dunque da guardare altrove.

Il Boston Consulting Group, ad esempio, multinazionale di consulenza di management e uno dei leader mondiali in strategie di business (69 uffici in 40 paesi), porta nel vassoio numeri che pesano. Cifre che, nella scala dell’innovazione, fanno precipitare gli USA all’ottavo posto. A osservarli dalla vetta c’è Singapore.

Caso isolato? Niente affatto. Per la Information Technology and Innovation Foundation (Itif), altra think tank indipendente, che lega i progressi tecnologici ad opportunità economiche tese a migliorare la qualità della vita, gli Stati Uniti salgono di un paio di posizioni.

Secondo The Atlantic Century il rapporto dell’ITIF dedicato all’innovazione negli ultimi dieci anni al vertice della classifica ci sono Cina e Singapore. Gli Usa sono al posto numero 38, addirittura quattro dopo di noi. La logica del punteggio è determinata dalla crescita di indicatori (numero di laureati e ricercatori, investimento privato e pubblico in ricerca e sviluppo, infrastrutture tecnologiche, commercio, incentivi fiscali e produttività).

I dati dei due istituti di ricerca parlano chiaro: negli ultimi dieci anni sono diminuiti il numero dei brevetti, il numero di giovani statunitensi che si laureano in materie scientifiche (ne sfornano meno della Francia) e i fondi (governativi e aziendali) stanziati per la ricerca e lo sviluppo. Soprattutto quelli destinati al campo delle energie pulite e rinnovabili, settore economico di rilevanza strategica dal quale stanno emergendo le maggiori innovazioni tecnologiche.

Parte dello scarto è dovuto al fatto che altri paesi, Singapore, Corea del Sud a oriente; Canada e Svezia in occidente, stanno attivamente cambiando leggi e sistemi per rendersi più competitive mentre gli Stati Uniti restano fermi. Non solo, la patria dell’american dream ha smesso di far sognare le sue risorse: non si investe più nel capitale umano. E, almeno a giudicare dalle percentuali di diplomi di scuola superiore, l’America non sta producendo i tipi di lavoratori necessari a vivere e operare in un’economia basata sulla conoscenza.

Il declino dell’America è più evidente nell’alta tecnologia. I tre principali ambiti in cui questa potrebbe portare grandi risultati sono il solare, l’eolico e la produzione delle batterie. Secondo la banca d’investimento Lazard Frères, il più grande produttore di turbine eoliche del mondo è l’americana General Electric. Ma, tra le prime 10, le altre nove società sono sparse per il mondo: Germania (Nordex), Danimarca (Vestas), India (Suzlon), Spagna (Acciona), etc.. La situazione nel solare è simile: le società statunitensi occupano due posti nella top ten (First Solar e SunPower), ma il Giappone e la Cina occupano entrambe tre posti. Otto dei 10 principali produttori di batterie al mondo hanno sede in Giappone. Solo la Johnson Controls è negli Stati Uniti.

La crisi di questi anni sembrava coinvolgere il mondo intero. Crollata l’America, con in ginocchio, in parte, l’Europa, l’Oriente, visto il decesso dei suoi importatori, era predestinato a proseguire inesorabilmente l’effetto domino. Invece il cerchio non si è chiuso grazie a economie interne forti. Più forti di quello che si poteva immaginare. Così oggi abbiamo nuovi paesi in crescita. La Cina, ad esempio, ha dichiarato che il 60 per cento del suo PIL sarà legato alla scienza e tecnologia nei prossimi due decenni. Secondo un rapporto della Fondazione Kauffman la ricerca farmaceutica ha visto il 5,5% delle domande di brevetto firmate India e l’8,4% firmate Cina. Numeri piccoli, per ora, ma trend chiarissimo.

Non per nulla, secondo l’Itif, nei prossimi cinque anni la spesa cleantech delle tigri asiatiche (con 509 miliardi di dollari contro i 178 statunitensi) supererà di tre volte quella statunitense

Agli americani, ammette lo stesso Zakaria, piace pensare che ci sia qualcosa nella loro cultura che è particolarmente propensa all’innovazione: la geografia aperta e lo spirito di frontiera; un’economia flessibile, con interventi limitato da parte del governo, l’etica del lavoro, una manodopera immigrata, costantemente rinnovata da continue generazione di talenti provenienti da tutto il mondo. Altri paesi possono forse emulare alcuni di questi tratti, ma nessuno può replicare il cocktail creativo che è l’America.

Ma non potrebbe essere che le conquiste statunitensi riflettano il passato più che predire il futuro?

E’ vero che sono gli americani ad accaparrarsi la maggioranza dei Nobel per la scienza ma è anche vero che questi spesso rappresentano un riconoscimento conferito a scoperte passate risalenti a decenni prima. Non per nulla la maggioranza dei premiati ha superato i settant’anni.

Viene quindi da chiedersi: chi sono gli scienziati che fanno la differenza oggi? Dove si trovano i trentenni che saranno premiati tra mezzo secolo per quello che stanno compiendo ora?. Siamo proprio sicuri che i riconoscimenti attuali possano essere in grado di dare una panoramica esatta della ricerca e della innovazione mondiale?

La gloria del passato riecheggia per l’eternità, ma non è necessariamente indice di trend futuri.

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