Dove ci porterà la Sharing Economy

Airbnb

L’hanno chiamata la terza rivoluzione industriale. O Sharing Economy. E’ l’economia della condivisione e sta iniziando ad avvolgere le nostre vite. Fino a dove, fino a quando ancora non possiamo saperlo. Quel che è certo è che ha una sua natura dicotomica e pertanto se da un lato aggiunge, dall’altro toglie. Sta creando nuove opportunità (economiche e innovative) ma anche grandi polveroni.

E’ lo specchio di questi tempi confusi, scontenti, arrabbiati, lontani dal peso delle vecchie ideologie, privi di pensieri forti e pertanto schiacciati da idee leggere. “E’ la crisi bellezza”, verrebbe da dire, con tutto ciò che comporta. Grandi perdite ma anche grandi speranze. Secondo Albert Einstein le crisi erano le più grandi benedizioni per le persone, perché portatrici di progressi: “La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito”. E da una crisi emerse Google.

Siamo circondati da progetti che vogliono felicemente scardinare i tradizionali modelli di consumo spostando l’asse produttiva direttamente sui rapporti tra persone grazie all’utilizzo della tecnologia. E’ il trionfo del peer-to-peer, in principio legato alla condivisione, più o meno legale, di film e canzoni, ormai esteso, dilatato ed espanso fino ad abbracciare ogni singolo aspetto della nostra esistenza.

Da Airbnb a Spotify passando per Blablacar

Sostituendo il possesso con la possibilità del noleggio, grazie a centinaia di nuove start up, possiamo offrire beni, risorse e spazi (persino il tempo) di nostra proprietà mettendoli a frutto economicamente.

E logicamente possiamo usufruire delle medesime iniziative di scambio delle altre persone. Oggi, grazie all’economia della condivisione, possiamo affittare la casa (nostra o altrui, anche una stanza) iscrivendoci su Airbnb, oppure scambiarla con Scambio Casa, condividere il cibo con S-Cambia Cibo, cucinare per gli altri con Cucina e Condividi o trasformare la propria casa in un ristorante con Gnammo, condividere la macchina, risparmiando e conoscendo persone nuove, con BlaBlaCar o con uno dei tanti car sharing o ancora dare passaggi con la propria auto con Uber.

Possiamo ascoltare musica e vedere film legalmente senza doverli acquistare con Spotify e Netflix, nonché farci fare la spesa (con Instacart) o prestare la bici (Snapgoods) da un vicino di quartiere. O prendere libri lasciandone altri con una delle tante Little Free Library dislocate nel mondo (Italia compresa).

Little Free Library

Ma nessuna categoria è esclusa: la moda (con il noleggio di abiti e accessori per una serata d’occasione, magari utilizzando My Secret Dress Room), la cultura (avvalendosi di Eppela, il crowdfunding italiano per progetti creativi) e persino il denaro, con il social lending, attraverso i prestiti tra privati di Smartika e Prestiamoci.

> Leggi: Tutti i modi per affittare casa o alloggiare gratis

Dentro l’etichetta di Sharing Economy sono raccolte realtà molto diverse tra loro. Ogni cosa avviene nelle relative piattaforme digitali, denominatore comune di ciascuna delle tante start up della Sharing Economy. Semplici e accessibili dagli smartphone, permettono agli utenti, in pochi passi, di offrire o noleggiare il proprio servizio, prendendo una fetta della transazione che avviene, tra le due parti, attraverso pagamenti sicuri, digitali e anticriptaggio (come Paypal, ad esempio).

Sharing Economy nella Moda

La fine del possesso segnerà la fine del PIL?

L’economia dello scambio è dunque il primo sistema economico di portata mondiale che viene dopo i due sistemi del secolo scorso: il capitalismo e il socialismo. E per dare vita a questo cambiamento di portata rivoluzionaria è stato sufficiente ridurre i costi marginali (quasi) a zero. Se a un albergo creare nuove camere costa una fortuna, a Airbnb aggiungerle nel suo database non costa nulla.

Leggi, regolamenti e linee guida sono tutte da scrivere. Il fenomeno si muove con una velocità inverosimile e i governi arrancano. Ma quando le realtà del nostro presente viaggiano impetuose nulla può più fermarle. Al massimo possono deviare il loro assalto, ma una volta entrate nelle vene del nostro vivere quotidiano si sono già impadronite delle nostre vite.

Quel che è certo è che le nuove categorie di “consumatori a tempo determinato” (ma forse sarebbe più azzeccato “a progetto” visto che l’esperienza spesso è mirata a una toccata e fuga circoscritta nel tempo) usano per un tempo limitato beni e servizi senza possederli (case, auto, moda, musica, film, libri, notizie e viaggi) e facendo questo dribblano il mercato e le sue regole.

Sharing Economy

L’economia dello scambio porterà quindi una diminuzione della produzione mondiale e quindi anche del PIL dei rispettivi Paesi. Il Mondo potrebbe rischiare di smettere di crescere. Secondo l’economista americano Jeremy Rifkin non conterà più il Prodotto Interno Lordo ma la qualità della vita. Sarà quello il nuovo benessere. Quella Felicità Interna Lorda (FIL) che il piccolo Buthan ci ha insegnato negli ultimi tempi (per il quale l’aria, i cittadini, l’istruzione e soprattutto la ricchezza dei rapporti sociali contano più del denaro).

Se smetteremo di comprare vestiti per bambini, che diamo via dopo pochi mesi, perché aderiremo a uno dei tanti scambi virtuosi tra genitori condividenti è probabile che ci sarà un calo nel consumo della moda bebè e quindi nella sua produzione. Ma certamente ci sarà un aumento dei servizi collaterali, dalle tintorie alle riparazioni sartoriali. L’economia si trasforma non si arresta.

E’ una guerra di dualismi:

Riutilizzo contro Acquisto

Qualità contro Quantità

Esperienza contro Consumo

Conoscenza contro Possesso

Le crisi scuotono i Paesi, ma talvolta consentono quelle trasformazioni e quelle riforme che in tempi normali è impossibile realizzare.

Il capitalismo è morto?

Il capitalismo è morto? Ancora no. Di certo è malato e a breve potrebbe iniziare ad agonizzare. Domani potrebbe essere sostituito dall’economia collaborativa all’interno della quale tutti insieme appassionatamente potremmo diventare produttori di servizi dimostrando che è ormai possibile vivere (e quindi lavorare, mangiare, dormire, comprare e viaggiare) in modo sostenibile basando l’intera nostra economia su un valore dimenticato da decenni: la fiducia. E il contesto nel quale si gioca questa rivoluzione non può che essere quello digitale. Perché questa è una rivoluzione che passa necessariamente per il web.

Pro e contro della Sharing Economy

Brevissima storia della fiducia online

Il dilemma legato alla necessità di affidarsi al prossimo per soddisfare un bisogno, come utenti l’avevamo già vissuto in passato. Fiducia contro sfiducia. Su questo scarto manicheo si è fatta la storia commerciale del web. Fatta la rete bisognava fare gli utenti. Ma questi avevano paura di finirci dentro: paura di pagare, paura di abboccare, paura di acquistare. Paura di fidarsi. Come fare a tranquillizzarli? Rassicurandoli. Marchiandoli. La piattaforma di e-commerce eBay fu tra le prime a utilizzare il sistema di feedback per lo scambio di valutazioni sulla transazione tra compratore e venditore. Grazie a questa trovata milioni di persone comuni sono diventati venditori e acquirenti grazie a un semplice numeretto che, affiancandosi al nome account come una potenza, mostrava una radiografia collettiva delle attività personali dell’ebayer firmata dalla comunità. Se migliaia di persone dicono “E’ ok” significa, sul serio, che è ok. Su questo concetto, legato alla reputation, anni dopo Tripadvisor ha creato un impero che, nonostante le falle degli ultimi tempi, i suoi chiari e i suoi scuri, rimane un inossidabile punto di riferimento.

Sharing Economy

Perché la Sharing Economy può rivelarsi un pericolo

La Sharing Economy secondo alcuni analisti sta creando scenari rischiosi e preoccupanti. E’ il testimone che le vecchie generazioni, quelle della old economy, del posto fisso e delle pensioni solide, sta passando alle nuove confuse e precarie leve. Non può esistere una Nouvelle Vague solida, forte, compatta, capace di incidere sulla realtà. Esistono solo singole unità spedite in un mare di false o vere opportunità dove chi galleggia già si sente fortunato. Una generazioni di sopravvissuti. Anzi di sopravviventi.

Il Wall Street Journal l’ha definita “nuovo feudalesimo”, l’economista Robert Reich, invece, ha preferito ribattezzarla “Share the Scraps Economy“, economia degli scarti, perché se è vero che i grandi profitti vanno ai padroni dei siti, agli altri tocca quel che resta. Ovvero poco o nulla.

La Uberisation, come l’ha definita Maurice Levy, patron di Publicis, è l’emblema della barbarizzazione lavorativa. Non solo quella che pone fine al lavoro dipendente ma l’evento che segna il crollo di tutte le precedenti conquiste. Prime tra tutte la tutela. E questa rivoluzione naturalmente non tocca solo gli spostamenti, come nel caso di Uber, ma tutti gli altri settori che riguardano la nostra vita: immobiliari, turistici, ristorativi, principalmente. Ma anche i servizi. Persino quelli legali che per loro natura intrinseca dovrebbero tutelare la categoria e il sistema intero e che invece si trovano a confliggere con l’essenza stessa della loro missione giuridica.

E se gli utenti gongolano entusiasti presto saranno vittime del vortice nefasto che loro stessi hanno alimentato. Il passato ci mostra già la strada futura: quanti amanti del cinema hanno segnato la fine di una parte di questa industria nell’ultimo decennio? Persino molti operatori della Settima Arte si sono trovati in passato prima a comprare dvd taroccati, poi, con la perdita della tangibilità e l’avvento del digitale, a scaricare i film dalla rete fino a vederli direttamente in streaming per ritrovarsi poi a casa ad aspettare una telefonata che sapeva di lotteria. Estratti per far parte di quel pugno di film prodotti all’anno a causa di una crisi senza precedenti del settore.

Il risultato di questa rivoluzione sta collassando il mercato. Secondo un rapporto realizzato dalla banca di investimento Barclays, a causa di Uber, Car2Go e Blablacar il parco macchine è destinato a scendere del 60% e la domanda di nuove auto del 40%. Tradotto significa 200 miliardi di dollari volatilizzati per le case automobilistiche. Secondo l’analisi basta un’auto (condivisa) per sostituirne nove (di proprietà). E’ il prezzo della condivisione.

airbnb

Airbnb invece sta facendo sballare gli equilibri del turismo. L’analisi prevede che in un paio di anni l’offerta di stanze private possa arrivare a 177 milioni e il buco per il settore alberghiero sarà di 74 miliardi di dollari. Non solo, esiste anche il problema dell’ingolfamento urbano. Il caso Barcellona è il più recente ed è scoppiato quando il sindaco Ada Colau ha attaccato duramente la piattaforma Airbnb, colpevole di aver raddoppiato il numero di posti individuali disponibili (da 78 mila a 137 mila) creando numeri insostenibili per una città che non può avere un numero di turisti maggiori di quelli che effettivamente può ospitare.

> Leggi: Tutta la storia di Airbnb

Perché la Sharing Economy è una rivoluzione positiva

Il concetto della Sharing Economy si poggia su fondamenta francescane. Ma in parte anche marxiste. Negare la proprietà. Favorire la condivisione. Il riutilizzo. La parola d’ordine è consumo consapevole. Per molti, gli utenti finali, è solo l’opportunità di risparmiare. L’unica consapevolezza è avere più scelta e più soldi nel portafogli. Ma le rivoluzioni hanno le loro logiche e i loro tempi. Non possono arrivare a tutti, allo stesso modo e nello stesso tempo. Il sessantotto fu vissuto dai primi adepti per necessità, ma dalla massa (anche) per moda (e fu possibile chiamarlo rivoluzione grazie anche a chi senza scendere in piazza sposò un atteggiamento, un look, un modo di pensare). La rivoluzione tecnologica (pensiamo ai cellulari), al contrario, partì come moda e in breve si straformò in necessità (oggi i due binari viaggiano paralleli).

Lo stesso è avvenuto per l’ultima rivoluzione etica, quella green.

E’ comunque possibile, anzi probabile, però che con l’andare del tempo le persone a forza di utilizzare e sperimentare, ad esempio, una seconda casa per le vacanze secondo le nuove logiche di condivisione possano ritrovarsi a riflettere e a considerare quindi effettivamente sano e arricchente un atteggiamento economico più sociale. E godendone i benefici possano avere voglia di far godere anche gli altri, entrando a far parte quindi della grande giostra virtuosa dello scambio.

“L’ipotesi di scambiare parole e idee con degli estranei e di affidar loro il mio appartamento – racconta Gea Scancarello autrice di Mi fido di te, pubblicato da Chiarelettere – mi sembrava un modo per provare a uscire dal seminato, da un universo noto e consolidato, in favore del nuovo e dei suoi stimoli. Il tutto, per di più, ricevendo in cambio qualche decina o centinaia di euro. Il denaro, insomma, era la cornice pregiata di un quadro già di grande valore. E il quadro, a sua volta, era almeno in parte il risultato di un lungo processo di trasformazione sociocomunicativa, un mutamento travolgente, eppure spesso inconsapevole, che nell’ultimo decennio aveva investito tutti, o quasi”.

Ci stiamo scrollando di dosso quel senso del possesso che fu (già) prealessandrino. E i primi segnali li troviamo nei consumi quotidiani, come quelli legati al cibo. A Todmorden, ad esempio, grazie a Incredible Edible Project, uno dei progetti simbolo della cultura partecipativa, i cittadini sono liberi di fare la spesa nelle aiuole della città per nutrirsi con prodotti freschi e di stagione, a km zero e ottenuti con agricoltura biologica. I luoghi coltivati sono geolocalizzati su Google Maps e sono in progressivo aumento. L’obiettivo è di raggiungere l’autosufficienza totale entro il 2018.

Coltivare RappOrti

Senza andare così lontano, a Roma, presso il centro di ippoterapia Ciampacavallo, un mondo a parte che si affaccia sull’Appia Pignatelli, su quei terreni che furono confiscati alla Banda della Magliana, Terra! Onlus ha creato una ventina di orti, senza recinti e abbracciati tra loro (a forma di fagiolo, per favorire le relazioni), affidandoli alle cure di sessanta ortisti in nome di un progetto: “Coltivare rappOrti”. Ovvero creare e rafforzare una solidarietà sociale tra i cittadini attraverso l’aggregazione, la condivisione delle risorse e il contatto con il territorio. Esperimento riuscito. Favorendo il coinvolgimento e la partecipazione di più soggetti, le attività agricole stanno svolgendo una funzione sociale, dove alla fine la dimensione relazionale supera per importanza quella produttiva. Dopo due anni la comunità di ortisti, con la benedizione di Vandana Shiva (che ha scelto quegli stessi orti per parlare della campagna internazionale sui semi), si è consolidata ed è cresciuta, si aiuta, si consiglia, vive in allegria le domeniche con pranzi conviviali, e condivide socialmente gli spazi curando quelli comuni, sostituendo gli assenti e facendo manutenzioni che vanno a beneficio di tutti (staccionate, sistema idrico, tettoie, tavoli, persino un forno in terra cruda). Non esiste senso del possesso, i beni sono comuni e il raccolto non è un fine ma un modo per stare insieme. Persone lontane tra loro si sono trovate da estranei ad amici, grazie alla semplice condivisione di un modo di vivere.

Coltivare RappOrti 1

Vivere meglio senza possedere

Il segreto talvolta è nella leggerezza. La verità è che ci stiamo accorgendo che non solo possediamo di meno ma viviamo meglio senza possesso. Significa che stiamo uscendo dal guscio, dall’antro avido, eremitico ed elitario che è sempre stata la meta ultima degli “arrivati”. Soprattutto quelli che, folgorati sulla via di Damasco dai bagliori ingannatori dell’edonismo reaganiano, attraversando il limbo degli anni Novanta, si sono ritrovati insoddisfatti e smarriti nei tempi del nostro presente, completamente fuori contesto. L’esperienza arricchisce più del denaro e rende quindi più felici. Mentre il consumo fine a se stesso è e resta una dipendenza sterile che rende schiavi.

Orti Urbani

Siamo all’inizio di questa rivoluzione. Non sappiamo dove ci porterà. Ci renderà più liberi ma più precari? Ci offrirà più scelte ma meno diritti? Avremo accesso a tutte le vie del sapere a scapito dei produttori di cultura? Può darsi. Ma da come saremo capaci di adattarci a questa terza via dipenderà la qualità delle nostre vite.

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